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Cronaca

“Era prostrata da quella condizione”

Prosegue davanti allo Corte d'Assise di Alessandria il processo a carico di Mustafha Sediqui, cittadino di origini marocchine ma residente ad Alessandria e i suoi genitori Jad Fatna e Abcennabi Sadiqui, accusati di aver ridotto in schiavitù la giovane moglie di lui
ALESSANDRIA – Prosegue davanti allo Corte d'Assise di Alessandria il processo a carico di Mustafha Sediqui, cittadino di origini marocchine ma residente ad Alessandria e i suoi genitori Jad Fatna e Abcennabi Sadiqui, accusati di aver ridotto in schiavitù la giovane moglie di lui.
La giovane sposa, allora ventunenne, secondo l'accusa era costretta a fare i mestieri di casa, le era di fatto impedito di uscire e di avere contatti con l'esterno. Per quella condizione, lei soffriva, incubi e continue emicranie fino a quando, un giorno, non ebbe un malore in strada e del suo caso si interessò la rete antioviolenza Medea. Ieri, davanti al collegio presieduto dal giudice Tirone, sono stati ascoltati alcuni testimoni della difesa tra i quali l'operatrice di Medea e la zia. L'operatrice ha spiegato come la donna fosse in uno stato di ansia e prostrazione. Il quadro completo, in cui rientravano anche i rapporti sessuali “obbligati” con il marito, è emerso a poco a poco, grazie anche alle indagini portate avanti dalle forze dell'ordine. La donna, è stato detto, era consapevole che la sua cultura, alla quale era profondamente legata, la relegava ad un ruolo subalterno rispetto al marito. Iniziava a prenderne coscienza. E ne soffriva, per le modalità con cui veniva le veniva chiesto di assolvere a suoi presunti doveri di moglie e nuora. “Perchè?” si chiedeva. Chiedeva, e chiede tuttora, giustizia e rispetto.
La prossimo udienza è già stata fissata per il 19 febbraio, quando saranno ascoltati altri testimoni.
15/01/2018

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