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Novi Ligure

Il Sessantotto visto dal mondo della musica

"Vediamo un mondo vecchio che ci sta crollando addosso, ormai. Ma che colpa abbiamo noi?". La contestazione giovanile, la rivoluzione intellettuale e sociale che segnò il Sessantotto vista dal mondo della musica
MUSICA - «Sarà una bella società, fondata sulla libertà…però spiegateci perché, se non pensiamo come voi ci disprezzate, come mai… Ma che colpa abbiamo noi?» recita così una delle canzoni simbolo di fine anni ’60 dei The Rokes, scritta da Mogol e presentata al Cantagiro, ispirata alla protesta e alla voglia di libertà protagoniste della rivoluzione culturale, intellettuale e sociale del ’68.

La musica, infatti, fu un megafono attraverso cui molti dei messaggi e delle tematiche avanzate dai giovani in quel periodo fecero il giro del mondo ed è così che sulle note delle canzoni dei Beatles, Bob Dylan e tanti altri iniziarono a protestare contro la guerra, in particolare quella del Vietnam, la società del consumismo e il razzismo. Come non ricordare “E se ci diranno” di Luigi Tenco storico brano contro gli orrori della guerra che spronava ad aprire gli occhi perché “se ci diranno che per rifare il mondo c'è un mucchio di gente da mandare a fondo noi che abbiamo troppe volte visto ammazzare per poi sentire dire che era un errore noi risponderemo no no no no”.

Il fenomeno beat in Italia iniziò a manifestarsi soprattutto nelle gradi città con ritardo rispetto ad altri paesi come America e Inghilterra.
La canzoni di quegli anni furono brani di protesta, soprattutto giovanile
, come se i ragazzi si fossero svegliati da un lungo sonno, diventando più consapevoli di cosa stesse accadendo al di fuori della propria casa.

«La politica cambia lentamente, fino ai primi anni ’60 i giovanotti non erano considerati, erano incasellati e costretti a rispettare una serie di regole. La rivoluzione sociale e culturale che si manifestò a fine decennio fu un traguardo importante per le giovani generazioni e quelle che ne sono susseguite» è così che inizia a raccontarci dal suo punto di vista il periodo della contestazione giovanile Bobby Posner, bassista dei The Rokes. «Da allora i ragazzi hanno iniziato ad essere più indipendenti, a ribellarsi alle regole, ad essere protagonisti del mondo. Per la prima volta uscivano dai propri confini viaggiando e scoprendo cosa c’è al di fuori del proprio Paese. Banalmente, farsi crescere i capelli era un segno di ribellione e di cambiamento che caratterizzò fine anni ’60 e inizio ’70. Leggendo, studiando e venendo a conoscenza di ciò che stava succedendo nel mondo i ragazzi e le ragazze di quelle generazioni si sono liberati».

Prosegue: «Noi, in quegli anni, abbiamo lavorato tanto, eravamo molto concentrati sulla nostra band, abbiamo girato l’Italia fra concerti e spettacoli ma non l’abbiamo mai vista realmente… mi ricordo solo alberghi e teatri. I nostri fan ci seguivano per tutte le tournée, le ragazze volevano stare con noi, è stato un boom di successo a tratti e per qualcuno impegnativo da gestire. Gli anni del ’68, infatti, sono stati gli anni anche della libertà sessuale e degli eccessi e in questo periodo tanti musicisti sono stati sovrastati dalle luci della ribalta, arrivate velocemente, e non era facile mantenere i piedi per terra. Purtroppo alcuni di loro sono morti a causa di assunzione di alcol e droghe, basti pensare a Jimi Hendrix. Un sacco di nostri amici di altri complessi, poi, per andare sul palco dovevano bere per darsi coraggio per fare la loro esibizione».

Libertà di pensiero, di azione e sessuale furono le tematiche calde di quegli anni ma non solo. Infatti, anche il ruolo femminile fu stravolto e la musica, ancora una volta, fu protagonista di questo cambiamento. Basti pensare a Caterina Caselli che nel 1966 presentò due pezzi simbolo come “Perdono e “Nessuno mi può giudicare” portando alla ribalta il ruolo femminile emancipandolo dal suo sesso. E, ancora più fuori dagli schemi, fu Patty Pravo, con le sue movenze sensuali e provocatorie e i suoi testi simbolo degli anni di contestazione giovanile: uno su tutti? “La Bambola”, successo presentato a Canzonissima nel 1968, in cui la donna chiede rispetto al proprio uomo che è solito trattarla come una bambola sfruttandola e poi buttarla giù una volta non più utile: «No ragazzo no, tu non mi metterai tra le dieci bambole che non ti piacciono più…Oh no, oh no!»
 
4/06/2018
Carlotta Codogno - c.codogno@ilnovese.info

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