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Alessandria

Processo polo chimico: “Dati falsificati, una scelta premeditata”

Il pubblico ministero Riccardo Ghio ipotizza il dolo eventuale per il reato di avvelenamento delle acque per gli imputati al processo contro ex direttori e dirigenti delle aziende del polo chimico di Spinetta Marengo: “c'era consapevolezza del rischio inquinamento e non fu fatto nulla per evitarlo”
ALESSANDRIA - “C'era consapevolezza del rischio inquinamento e contaminazione e non fu fatto nulla per evitarlo. Non si trattò quindi solo di una politica omissiva, bensì conoscitiva, condivisa dai dirigenti”. Dure le parole del pubblico ministero Riccardo Ghio durante la seconda giornata di arringa al processo che si sta svolgendo davanti alla Corte d'Assise di Alessandria contro otto tra ex amministratori, dirigenti e direttori dello stabilimento del Polo Chimico di Spinetta Marengo per omessa bonifica e inquinamento delle acque. La pubblica accusa ipotizza il dolo eventuale, ossia una responsabilità soggettiva per gli inquisiti di essere stati consapevoli della situazione di rischio per la contaminazione delle falde acquifere e di non aver intrapreso azioni concrete per impedirla.
“Sapevano” i dirigenti delle due aziende che si sono succedute alla guida dello stabilimento a cavallo tra il 2001 e il 2008, Ausimont e Solvay, “la situazione era nota”, fotografata nelle relazioni delle società di consulenza ambientale già dagli anni Novanta, dice in pubblico ministero. Ma è stata “messa in atto una precisa politica, indicata dai vertici aziendali, di una costante falsificazione dei dati, di documentazione artefatta indirizzata agli enti”. Non si trattò, dice ancora Ghio, “di una scelta estemporanea, ma di una scelta meditata. C'è premeditazione, un sistema di comportamenti, una metodica e costante attività” volta a “nascondere” e a “mistificare”.
Lo chiama il “metodo Bortolami” il pubblico ministero, perchè indicato dal consulente ambientale che aveva redatto “in un mese, durante le vacanze di Natale”, il primo piano di caratterizzazione, nel 2001, quello presentato a seguito dell'entrata in vigore della legge che imponeva alle aziende l'autodenuncia di situazioni di rischio ambientale. Il metodo, dice Ghio in aula, consisteva nel “presentare una situazione edulcorata” per “indirizzare gli Enti verso gli obiettivi che intendiamo risolvere, per evitare imposizioni per noi più onerose”.

Si suggeriva anche di “evitare la diffusione all'esterno delle problematiche”. Nelle sei ore di arringa, il pubblico ministero ricorda gli atti del processo e le deposizioni dei testimoni, anche quelli della difesa, che indicherebbero di fatto come la situazione di inquinamento in atto fosse nota: “lo stato delle cose si conosce, poi sparisce, poi torna all'improvviso a riscoprirsi”. Relazioni “più volte corrette e riviste prima di essere consegnate agli enti”, come indicherebbero mail e appunti nei vari passaggi tra le società di consulenza e le aziende.
Solvay, l'ultima società ad acquisire lo stabilimento nel 2002 poteva non sapere? Poteva Ausimont aver nascosto all'acquirente la reale situazione. “Non è credibile questa tesi”, secondo Ghio: in primo luogo perchè per diversi mesi ci fu una gestione congiunta del sito, una fase di passaggio in cui Carlo Cogliati (Amministratore Delegato Ausimont) fu affiancato da Bernard Delaguiche alla guida di Solvay; in cui i responsabili della struttura deputata alla politica ambientale (Pas) erano i medesimi. Non è credibile che il cosiddetto “archivio Parodi”, conservato negli uffici di Bollate, fu scoperto da Solvay “solo dopo l'apertura del procedimento giudiziario”: “era contenuto in un armadio blindato, il primo posto in cui andarono a cercare i carabinieri del Nas. Possibile che a nessun altro prima venne in mente di guardare cosa conteneva?”, chiede ironicamente il pubblico ministero.

Il punto è, sempre secondo l'accusa, che “l'attenzione per il bene ambiente era solo una facciata, che si espletava in una serie di attività formali, ma prive di sostanza”. Si “dissimulava all'esterno, si producevano studi su studi, creando falsi obiettivi”.  Così come “falsi” sono gli investimenti (oltre 4 milioni di euro) che l'azienda avrebbe effettuato in manutenzione. “Si trattava solo di manutenzione ordinaria – dice Ghio – nulla a che vedere con azioni volte ad evitare la diffusione dell'inquinamento”. Così come “era totalmente priva di efficacia la barriera idraulica realizzata a seguito del piano di caratterizzazione”.  Si torna in aula il prossimo 16 luglio per le conclusioni dell'accusa. Poi la parola passerà alle parti civili e, quindi, alla difesa.
26/06/2014

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