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Opinioni

Chiusa la porta, finisce la misericordia?

Una delle dimensioni che certamente ha caratterizzato questo anno è stata l’attenzione del pontefice per gli esclusi. Non sempre è stato così e, se ripensiamo all’anno santo del Duemila, ci rendiamo conto che l’attenzione era posta su altre questioni, come i grandi pellegrinaggi o gli eventi in piazza con il papa
OPINIONI - Giusto una settimana fa papa Francesco, nella basilica di S. Pietro, ha sigillato la porta santa e così concluso l’anno straordinario della misericordia. Quale bilancio è possibile trarne, al di là del numero dei turisti e dell’impatto sull’economia locale? Chiusa la porta santa – viene da chiedersi – finisce la misericordia?

Una delle dimensioni che certamente ha caratterizzato questo anno, come del resto tutto il suo pontificato, è stata l’attenzione del pontefice per gli esclusi. Non sempre è stato così e, se ripensiamo all’anno santo del duemila, ci rendiamo conto che l’attenzione era posta su altre questioni, come i grandi pellegrinaggi o gli eventi in piazza con il papa.

Tra gli ultimi incontri vi è stato, ad esempio, il giubileo dei poveri e degli emarginati. Questa è una delle cifre più caratteristiche di questi anni. Il papa chiede con forza a tutti (lui per primo lo fa) di andare verso quelle che lui chiama le “periferie esistenziali”, luoghi di un diverso tipo di solitudine e di degrado, esistenziale appunto, per andare a cercare chi è lontano o si è smarrito.

Ci sono stati in questo anno momenti simbolici e ricchi di emozione, come la costruzione di docce per i senzatetto in piazza S. Pietro o come i “venerdì della misericordia”, in cui Francesco ha incontrato persone segnate da una qualche povertà o fragilità, non necessariamente materiale: disabili psichici, ex prostitute e, ancora pochi giorni fa, famiglie il cui padre è un ex prete, che ha lasciato il ministero per diversi motivi. Tutte persone, cioè, segnate da un’esclusione alla quale, dice il papa, è necessario porre fine, accorciando le distanze umane.

Con questi gesti, più che con le parole, Francesco ci dimostra che la misericordia – sentimento umanissimo, di certo non esclusivo dei credenti – non finisce con quest’anno. Sono gesti che ci aiutano a comprendere come il senso di questo giubileo sia stato di sottolineare, in maniera speciale, qualcosa che è parte fondamentale del cuore dell’uomo e che continueremo a vivere: come solidarietà e apertura verso i fratelli se non siamo credenti, come parte dell’insegnamento di Gesù (o di Allah) se siamo credenti.

In questo senso, papa Francesco, durante la giornata mondiale della gioventù di Cracovia del luglio scorso, ha invitato tutti ad una responsabilità particolare verso i giovani.

Basta rileggere il suo discorso nella veglia per rendersi conto di quanta speranza per un domani migliore e più misericordioso egli affidi ai giovani. I giovani sono l’elemento di speranza per il futuro, dice, invece diventano spesso motivo di preoccupazione statistica, sociale ed economica. Già oggi dobbiamo far crescere in questa nostra società dell’individualismo i desideri di vita insieme, di comunità, di affermazione di sé ma in una vita buona. Solo così le nuove generazioni potranno guardare al loro domani senza angosce, facendo oggi scelte di bene per un domani da costruire.

Da parte di tutti – questo è quello che poi conta davvero – ci deve essere la testimonianza di una vita buona. La trasmissione dei valori, e anche della fede, non passa tanto attraverso parole buone ma piuttosto da esempi concreti di vita buona, onesta e bella.

27/11/2016
Stefano Tessaglia - redazione@alessandrianews.it

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