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Opinioni

Ci risiamo?

Quando sono arrivate le notizie dal Venezuela una sensazione di disagio è emersa dal profondo: erano le immagini, le emozioni, i ricordi di Salvador Allende presidente del Cile che l’11 settembre 1973 si suicidò dentro il palazzo de La Moneda attaccato dai militari del generale Pinochet, sostenuto dalla Cia e dal governo degli Stati Uniti
OPINIONI - Quando mercoledì 23 gennaio sono arrivate le prime notizie dal Venezuela sul possibile ribaltamento del regime di Maduro la mia prima reazione è stata di ottimistica speranza che finalmente si aprisse uno spiraglio di cambiamento e che si potesse fermare la caduta sempre più veloce del paese nel buco nero del fallimento totale economico, politico, civile e sociale in cui da anni i suoi due ultimi presidenti lo stanno portando.

Ma quando, il giorno dopo, ho letto sul giornale che il Parlamento venezuelano non aveva ancora finito di designare Juan Guaidò presidente ad interim, che gli Stati Uniti già ne annunciavano il suo riconoscimento, sono stato invaso da una sensazione di disagio che emergeva dal profondo: erano le immagini, le emozioni, i ricordi di Salvador Allende presidente del Cile che l’11 settembre 1973 si suicidò dentro il palazzo de La Moneda attaccato dai militari del generale Pinochet, sostenuto dalla Cia e dal governo degli Stati Uniti.

E la domanda mi è sorta spontanea: ci risiamo? Penso che molti della mia generazione abbiano avuto la stessa sensazione.

Certo la situazione storica non è la stessa: da un lato il pericolo del comunismo, almeno quello ideologico, non esiste più e lo scontro politico tra i due blocchi si è molto attenuato, anche se i presidenti attuali, Trump e Putin, sembrano intenzionati a ravvivarlo almeno un po’. Inoltre mentre Allende era in carica da soli 3 anni, il Venezuela ha cominciato il suo declino con Hugo Chavez 20 anni fa, nel 1999, e lo ha continuato fino alla sua morte nel 2013 e lo ha poi addirittura accelerato negli ultimi anni con il suo erede designato Nicolas Maduro.

Lo stile di governo di Maduro è stato stigmatizzato nel 2015 dalla Dichiarazione di Panama, firmata da 33 leader mondiali, soprattutto dell’America Latina, che chiedeva la liberazione dei prigionieri politici. Nella primavera dello stesso anno l’amministrazione Obama ha dichiarato il Venezuela una “minaccia inusuale e straordinaria per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”, un’affermazione assolutamente spropositata, che si è concretizzata soltanto della cancellazione del visto d’entrata negli Usa – e dell’eventuale ‘congelamento’ di beni in territorio statunitense – per sette alti funzionari del governo, perlopiù militari, considerati responsabili di violazioni dei diritti umani o di episodi di corruzione.

Come scriveva Massimo Cavallini sul Fatto Quotidiano on line dell’11 marzo 2015 la montagna aveva partorito un topolino “Ma resta l’estrema stupidità del gesto. Intanto perché di quel topolino non v’era necessità alcuna. E poi perché, ben al di là delle fanfaronate patriottiche di Maduro e Cabello, la montagna già è diventata l’ideale alibi per una nuova svolta autoritaria. Maduro ha annunciato che chiederà (e di certo otterrà) poteri eccezionali per fronteggiare 'l’aggressione imperialista'”.

E così effettivamente sono andate le cose: Maduro ha legiferato negli ultimi anni con decreti emergenziali, aggirando l’opposizione del Parlamento, e ha usato la violenza contro gli oppositori.

Eppure la lezione non è servita perché Trump nel 2017 ha inasprito le sanzioni, così che nel dicembre 2017, alle elezioni comunali, il partito di Maduro ha conquistato il 90% dei comuni e a Maggio 2018 lui è stato rieletto per un secondo mandato presidenziale di sei anni, presidenza in cui si è insediato poche settimane fa, il 9 Gennaio 2019. Certo le elezioni sono state una farsa: le opposizioni si sono ritirate, ha votato meno della metà degli aventi diritto, ci sono stati brogli e Maduro ha vinto con il 67% dei voti contro l’unico candidato dell’opposizione che non aveva dato forfait. Molti paesi hanno manifestato contrarietà a questo stato di cose e hanno richiesto nuove elezioni. Ma l’attentato del 4 agosto 2018, durante una parata militare dopo la rielezione di Maduro, attentato che sembra sia stato organizzato, o comunque sostenuto, dagli Usa, ha di nuovo dato una mano al dittatore...

Comunque la prospettiva di altri sei anni di questo regime credo sia difficilmente sopportabile dalla popolazione venezuelana e ulteriormente meno accettabile dalla comunità internazionale. L’operazione di questi giorni, che comunque ha visto di nuovo gli Stati Uniti protagonisti solitari (non ho trovato notizie di contatti diplomatici preventivi con gli alleati e mi sembra che questi si siano soltanto prontamente accodati agli eventi) è servita di nuovo a giustificare il pugno di ferro di Maduro e a creare, o a mettere in evidenza, fronti ed interessi contrapposti a livello internazionale che hanno colto l’occasione per alzare il livello della loro privata polemica.

Ma quello che onestamente mi infastidisce e mi imbarazza di più sono gli altri modi di far pressione che vengono messi sul tavolo da Trump oggi, così come è stato fatto in passato dalle altre amministrazioni americane.

Paolo Mastrolilli su La Stampa del 24 gennaio attribuiva ad una fonte autorevole della Casa Bianca, queste parole: “La nostra speranza è che Maduro capisca il messaggio, e accetti una transizione pacifica del Venezuela verso la democrazia e la libertà. Altrimenti tutte le opzioni sono sul tavolo” e commentava: “Le opzioni ... sono al momento soprattutto economiche e diplomatiche, incluso il blocco delle importazioni di petrolio, ma la prassi dell’amministrazione è non escludere mai l’uso della forza, soprattutto se il regime reagisse scegliendo la strada della violenza”.

Ora all’uso della forza per esportare giustizia, democrazia e libertà ho assistito ormai troppe volte e mi sono onestamente un po’ stufato. Cile, Nicaragua, Jugoslavia, Kossovo, Afganistan, Iraq, Libia, Siria solo per citare i casi più recenti che ricordo. E perché non intervenire allora in Africa, da dove fugge la maggior parte dei migranti? O nei paesi ricchi dove però libertà e democrazia sono conculcate e che fanno guerre politico religiose come l’Arabia Saudita in Yemen?

Quand’ero giovane, durante la guerra fredda, si parlava della regola di “non ingerenza” negli affari degli altri stati. Oggi invece sentiamo politici rappresentanti di paesi amici, appartenenti alla stessa Comunità, e con la stessa moneta che definiscono “vomitevole” la politica del loro vicino o che manifestano pubblico sostegno ai movimenti di protesta interni contro il governo del paese amico...

Trovo nella Treccani: “Il principio di laicità dello Stato costituisce un principio di convivenza valido per tutti: la laicità non è altro che principio di democrazia, difesa del pari diritto, riconoscimento della libertà di coscienza, regola del «non fare ad altri ciò che non vorresti essere fatto a te”, contro qualsiasi principio restrittivo”. E concordo pienamente.

Ma mi chiedo: a livello internazionale, nella comunità degli stati possono valere gli stessi principi? Anche se gli stati non sono laici? Anche se non sono democratici? Oppure c’è nella comune umanità dei cittadini di ogni stato qualcosa che trascende le frontiere ed i regimi e giustifica interventi di solidarietà?

Non sono un giurista né esperto di diritto internazionale quindi queste mie domande assomigliano al balbettio di un bambino o, piuttosto, al farfugliamento di un vecchio rimbambito. Ma se qualcuno venisse ancora una volta a giustificare un intervento armato per motivi umanitari, di democrazia e libertà non mi farò fregare.

1/02/2019
Marcello Favareto - redazione@alessandrianews.it

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