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Opinioni

Contenuti malevoli, comportamenti benevoli

Il 14 maggio appare la notizia che Facebook ha chiuso 23 pagine italiane. Una buona notizia con molti ma titola Roberto Natale di Articolo 21. Ovviamente il fatto stato commentato su tutti i giornali, e Tutta la citt ne parla di Rai3 gli ha dedicato una mattinata. Il sentimento generale stato di approvazione delliniziativa, ma contemporaneamente da molte parti si manifestata preoccupazione per il fatto che questo tipo di censura sia soltanto nelle mani di privati
 OPINIONI - Circa un anno fa scoppiava lo scandalo di Cambridge Analytica, che aveva, direttamente o indirettamente, rubato a Facebook i dati personali di 50 milioni di utenti (quasi tutti americani) ed aveva poi venduto le sue tecniche di “profilazione” di questi utenti mettendole al servizio della campagna elettorale di Trump, inviando mail con informazioni mirate, adattate quindi ai singoli profili di utenti, per influenzarne l’orientamento di voto. Come scrivevo su questo giornale il 1 aprile di un anno fa, Facebook era stata vittima di un furto che sfruttava la debolezza di una sua funzionalità ufficiale (Graph Api 1.0), introdotta nel 2010, che permetteva di accedere ai dati degli amici di quegli utenti che, per guadagnare un dollaro, fornivano i propri dati su una certa app. Essendosi accorti del problema Facebook chiuse Graph Api 1.0 nel 2015. Allo scoppiare dello scandalo nel 2018, però, Facebook divenne il principale imputato e Mark Zuckerberg dovette comparire davanti al Senato americano, al Parlamento inglese e alla Commissione di Bruxelles dove dichiarò che stavano già lavorando ad una maggior protezione dei dati degli utenti e che avrebbero messo in atto sistemi più robusti e affidabili.

In parallelo con lo scandalo di Cambridge Analytica si era sviluppato un certo allarme per l’attività sul web di “troll”, quasi tutti attribuibili a siti russi, che apparentemente tentavano di influenzare l’opinione pubblica su temi politici in vari paesi, tra cui l’Italia. L’allarme era sintetizzato nelle parole di Antonio Taiani, presidente del Parlamento europeo, che, collegando lo scandalo alle poche tasse pagate da Facebook, dichiarava: “… non è possibile che questi grandi soggetti, senza produrre occupazione, facciano concorrenza sleale, senza pagare le tasse, spesso contribuendo a distruggere le identità culturali di tanti paesi… Ma la web tax non basta. Ci devono essere regole chiare sulle fake news e sulle diffamazioni… Dobbiamo essere in grado di evitare che alle elezioni europee del 2019 qualcuno possa immaginare di sfasciare l’Europa con mezzi illegali e ovviamente dobbiamo impedirlo anche a chi avesse un progetto politico opposto.”

Passa un anno ed ecco che il 14 maggio appare la notizia che Facebook ha chiuso 23 pagine italiane. «Una buona notizia con molti “ma”» titola Roberto Natale di Articolo 21, ripreso dal settimanale valdese Riforma. Ovviamente il fatto è stato commentato su tutti i giornali, e “Tutta la città ne parla” di Rai3 gli ha dedicato una mattinata. Il sentimento generale è stato di approvazione dell’iniziativa, ma contemporaneamente da molte parti si è manifestata preoccupazione per il fatto che questo tipo di censura sia soltanto nelle mani di privati.

Scrive infatti Roberto Natale «E una domanda si impone su tutte: è mai possibile che sia rimessa al "buon cuore" di Facebook – cioè di un soggetto privato – la circolazione più o meno regolare delle informazioni, cioè il funzionamento del sistema nervoso di una democrazia?». Ma il giornalista mette in guardia anche dal pericolo opposto: «Non vogliamo un pericoloso "Ministero della Verità Ufficiale", lo abbiamo detto molte volte. Ma questo significa allora che le istituzioni pubbliche non debbano nemmeno provare a mettere il naso in attività tanto decisive per la qualità della vita collettiva?». E aggiunge «Attendiamo con fiducia che entri in vigore il Regolamento di contrasto ai discorsi d’odio che sta mettendo a punto da qualche mese l’Agcom, l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni.»

Ma il disaccordo a che la censura ed i suoi criteri siano in mani private non è stato manifestato soltanto da rappresentanti dell’opinione pubblica. C’è arrivato, forse prima, e lo ha detto pubblicamente, proprio Zuckerberg il 30 marzo in un manifesto pubblicato sul Washington Post e ripreso su Facebook. «Ho passato la maggior parte degli ultimi due anni a concentrarmi su problemi come contenuti malevoli, integrità elettorale e privacy. Penso che sia importante definire quali ruoli vogliamo che le aziende e i governi possano giocare nell'affrontare queste sfide, perciò ho scritto questo articolo esponendo le basi di come una regolamentazione potrebbe essere di aiuto. La tecnologia ha una parte molto importante nella nostra vita, e aziende come Facebook hanno responsabilità immense. Ogni giorno prendiamo decisioni su quali siano i discorsi malevoli, cosa costituisca propaganda politica e come possiamo prevenire attacchi cibernetici sofisticati. Questi sono elementi importanti per mantenere sicura la nostra comunità. Ma se dovessimo partire ora da zero, noi non chiederemmo alle aziende di fare queste valutazioni da sole.»

Ecco, è chiaro che Zuckerberg ritiene necessario che i criteri di valutazione siano concordati insieme da aziende e potere pubblico. Sono i criteri che vanno definiti, messi a punto insieme, pubblico e privato. Poi sarà compito delle aziende metterli in atto in modo sistematico e trasparente.

Non mi sembra, però, che sia questo lo spirito che ispira Roberto Natale e, forse, l’Agcom. Se rileggiamo le sue parole, citate sopra, sul fatto che le istituzioni pubbliche devono avere il diritto di “mettere il naso in attività tanto decisive per la qualità della vita collettiva” e se ad esse aggiungiamo ciò che scrive subito dopo a proposito del Regolamento dell’Agcom: «Importante perché, per la prima volta, anche i giganti digitali che gestiscono i social saranno chiamati in causa non occasionalmente, ma dovranno fornire un loro “report trimestrale sul monitoraggio effettuato per l’individuazione dei contenuti d’odio on line.”» appare chiaro che la relazione immaginata tra autorità e operatore non sia tanto di collaborazione, come pensa Zuckerberg, ma piuttosto di inquisizione. Tipicamente all’italiana: l’autorità è inquirente e l’operatore è inquisito.

Zuckerberg elenca quattro aree di intervento: contenuti malevoli, integrità elettorale, privacy e portabilità dei dati. A proposito della prima, quella che Agcom chiama contenuti d’odio sulla cui individuazione chiederà il report trimestrale agli operatori, si è colti da una certa sorpresa leggendo nell’articolo di Zuckerberg che «Facebook già pubblica dei rapporti di trasparenza sull’efficacia con cui stiamo rimuovendo i contenuti malevoli. Io credo che ogni provider di servizi Internet di un certo livello dovrebbe fare questo ogni trimestre, perché ciò è importante tanto quanto il rapporto sulla situazione finanziaria. Una volta che comprendiamo i contenuti malevoli prevalenti, possiamo vedere quali aziende stanno migliorando e quali livelli dovremmo porre come soglie accettabili.»

Quindi mi par di capire che con il nuovo Regolamento andremo a chiedere a Facebook ciò che già sta facendo… Però certamente non c’è solo Facebook in campo.

Considerando che Zuckerberg propone di costituire delle autorità terze che fissino gli standard che regolano la distribuzione dei contenuti malevoli e pensando alla diffusione di internet e all’accessibilità a siti di tutto il mondo, mi sono chiesto che valore e che potere potrebbe avere un regolamento solo italiano. Non sarebbe meglio qualcosa che sia almeno europeo, se non mondiale?

E mi sono anche chiesto se, parlando di questi contenuti, intendiamo tutti la stessa cosa: il termine harmful content usato da Zuckerberg, che alcuni traducono contenuto dannoso o nocivo, Agcom traduce contenuto d’odio e io traduco contenuto malevolo, hanno lo stesso significato, gli stessi contenuti? Non è affatto detto che sia così. Ancor meno ricade lì dentro la diffamazione di cui parlava Taiani.

Ho trovato, con un po’ di sorpresa, una definizione di questo termine in una Comunicazione della Commissione Europea al Consiglio e al Parlamento del lontano 1996 intitolata “Illegal and harmful content on the internet”. Ecco il testo: Vari tipi di materiali possono offendere i valori e i sentimenti di altre persone: contenuti che esprimono opinioni politiche, credenze religiose o punti di vista su questioni razziali ecc.  Ciò che viene considerato dannoso dipende da differenze culturali. Ciascun Paese può arrivare alle proprie conclusioni nella definizione del confine fra ciò che è permesso e non permesso. E’ perciò indispensabile che le iniziative internazionali tengano conto dei diversi standard etici nei diversi paesi al fine di esplorare regole appropriate a proteggere le persone da materiale offensivo e a garantire contemporaneamente la libertà di espressione. In questo contesto è dato per assodato che i diritti fondamentali, specialmente il diritto alla libertà di espressione devono essere completamente rispettati (per limitazioni negli Stati Membri vedere il Green Paper sulla Protezione dei Minori e la dignità Umana negli Audiovisivi e nei Servizi di Informazione, Annex III).

Di fronte ad una definizione del genere son rimasto a bocca aperta: altro che Regolamenti internazionali comuni! Per rispettare le diverse sensibilità politiche e religiose c’è il rischio di doverli fare regionali… Ma, allora, quali sono i contenuti di cui in realtà, forse dandoli per scontati, si sta discutendo in questi giorni?

La Comunicazione della Commissione Europea del 1996 aveva come tema principale la protezione dei minori dall’esposizione a spettacoli dannosi, tema che ha ormai una legislazione e strumenti di controllo e repressione specifici.

A mio parere i contenuti dannosi oggetto di censura nella discussione corrente sono il linguaggio violento, il manifestare disprezzo, l’insultare, l’istigare all’odio e alla violenza fino al promuovere azioni terroristiche. In questi ultimi anni l’umore, il sentimento comune della nostra società e il linguaggio usato nei cosiddetti social si sta drammaticamente avvitando in una spirale negativa che si autoalimenta.

E credo che i 23 siti italiani siano stati chiusi da Facebook soltanto sulla base di questo criterio, non certo per le opinioni politiche sostenute. Penso così nonostante quanto scrive Roberto Natale nell’articolo citato all’inizio: «Pagine per buona metà dal preciso profilo politico – erano voci "ufficiose" a sostegno di Lega e Movimento Cinque Stelle – e dai contenuti fake altrettanto precisi: non falsità generiche, ma pseudo-notizie mirate contro i migranti, contro gli ebrei, contro l’utilità dei vaccini, contro Roberto Saviano.» Che si possa chiudere un sito perché è contro i vaccini, quando i no vax sono stati ascoltati persino in Parlamento mi sembra veramente incredibile e insostenibile. Così come non condividere le posizioni di Saviano. E impedire di raccontare pseudo-notizie richiama proprio il “Ministero delle Verità Ufficiale” che Natale non vuole.

Sono invece d’accordo con lui quando conclude: «Nessuno si illude, però, che la marea montante dell’hate speech possa calare ed essere prosciugata senza un grande sforzo di comunicazione, di educazione, di formazione, che penetri nelle pieghe della nostra società in maniera eguale e contraria a quanto sanno fare i predicatori di odio. E’ questo il senso della Carta di Assisi: non un nuovo documento deontologico per i giornalisti, ma l’appello a tutti noi cittadini, comunicatori a tempo pieno, a coinvolgerci in una vera e propria battaglia di civiltà, per riannodare i fili della convivenza contro chi lucra sulle lacerazioni sociali più violente».

Sta a noi tutti, cittadini di questo paese, aderire concretamente con comportamenti benevoli a questo invito.
1/06/2019
Marcello Favareto - redazione@alessandrianews.it

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