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Opinioni

Il Presidente giusto…

Una riflessione a caldo sull’elezione di Donald Trump, quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti. Un uomo discusso e divisivo, che però rappresenta al meglio l’epoca in cui viviamo con le sue contraddizioni, al culmine di un trentennio di iperliberismo globale. Il leader giusto per un mondo sbagliato
OPINIONI - Leggo i commenti a caldo della stampa internazionale, europea e italiana dopo l’imprevedibile vittoria di Donald Trump nelle elezioni statunitensi, al termine di una campagna elettorale infuocata, di pessimo livello e di aspra contrapposizione. Prevalgono disorientamento e sconcerto. Come è stato possibile? E ora che succederà? Giusto essere inquieti. Il magnate newyorkese ha tratti abbastanza disgustosi, almeno per i miei gusti (e non solo per i miei, invero..). Basti pensare, per fare solo qualche esempio, al suo atteggiamento nei confronti delle donne, alla conclamata ignoranza, alla disinvoltura nei confronti delle regole (in particolare delle tasse..), o alle sue ignobili sparate contro esseri umani a lui sgraditi.. E poi muri da alzare, avversari da arrestare, e via di questo passo. Eppure ha vinto, e non di poco. Perché? È su questo che credo si debba riflettere profondamente.

Di sicuro la sua vittoria è espressione di un disagio vastissimo. Una classe media impoverita, che si sente accerchiata e impotente di fronte alle derive globali. Un modello di sviluppo che apparentemente funziona (crescita del prodotto interno e tassi di disoccupazione contenuti), ma che in realtà ha generato una divaricazione stupefacente tra i redditi più alti e quelli più bassi. Livelli di disuguaglianza osceni e insostenibili, una frattura, anzi una voragine tra due mondi, quello dei vincenti e del sogno americano, e quello dei perdenti, di chi è rimasto indietro o progressivamente arretra, e quel sogno ormai lo ha perso definitivamente.

La cosa paradossale, semmai, è che la rabbia, lo sconforto, l’esclusione, abbiano premiato un miliardario spregiudicato. Chi è Trump? Cosa rappresenta realmente? Forse ciò che buona parte degli americani vorrebbero essere (esattamente come accadde, per inciso, con Berlusconi in Italia). Una speranza irrazionale di riscatto, e soprattutto uno schiaffo forte e letale a un sistema di potere, a un “apparato”, che appare sempre più opprimente e ipocrita nella sua difesa formale di diritti di fatto sempre meno esigibili.

Scrive molto bene il collega e amico Marco Revelli: “la lotta di classe dopo la lotta di classe, come la chiamava Gallino, vuol dire anche questo: che le vittime della guerra mossa dall'alto contro il lavoro usino per la loro vendetta anche mostri come Trump. La geografia sociale del voto per Trump (ma forse dovremmo dire contro Hillary) è spaventosa e significativa: i distretti operai della rust belt, la cintura della ruggine, un tempo quasi plebiscitariamente democratici, hanno virato non tanto sui repubblicani, ma proprio su di lui, visto come nemico dell'establishment”. In pochissimi avevano compreso quanto forte e disperato fosse il disagio di quei settori sociali e del ceto medio che gli sta intorno, subendo di fatto lo stesso processo di declassamento. Ed ecco che il messaggio è arrivato forte e chiaro, contro un bipolarismo forzato che sfuma le differenze, contro opposti apparati di partito lontanissimi dai problemi concreti, contro una globalizzazione che ha distrutto identità e comunità, contro un “sistema” politico ed economico del tutto autoreferenziale, incapace di prevedere e comprendere la svolta storica che si è prodotta. Non va lontano dal vero, con i suoi modi al solito un po’ ruvidi, Beppe Grillo quando parla di “un vaffa mondiale”.

Quando ho letto che Francis Fukuyama, guru neocons e teorico della fine della storia (grazie al trionfo definitivo delle liberaldemocrazie occidentali) ha espresso la sua preferenza per la Clinton, io, da sostenitore della prim’ora di Bernie Sanders, il vecchio socialista del Vermont, mi sono preoccupato molto. Un segno chiaro, se ancora ce ne fosse stato bisogno, che l’establishment stava con i democratici, e che ben difficilmente (e direi anche giustamente) coloro che aspirano a un’alternativa vera, si sarebbero mobilitati per Hillary. E in effetti non è accaduto.

Ora le incognite sono moltissime, ma credo che si apra una nuova fase storica, che vada studiata, compresa e vissuta fino in fondo. Una possibile (e auspicabile) crisi della globalizzazione che abbiamo finora conosciuto e del paradigma neoliberista (almeno se Trump vorrà rispettare, anche solo parzialmente, gli impegni assunti in campagna elettorale rispetto al sostegno del sistema produttivo interno; la benevola reazione dei mercati finanziari pone fin d’ora qualche dubbio..), verso scenari inquietanti ma inediti. Li seguiremo, come tutti, con attenzione, e torneremo presto a riflettere su quanto accaduto, con un po’ più di distacco. Conclusivamente, però, vorrei ribadire ancora il mio stupore per lo stupore che ha accompagnato la vittoria di Donald Trump. Quale leadership migliore per un mondo sbagliato e disperato come quello nel quale viviamo?! Se non piacciono quel volto e quel mondo, abbiamo solo da lavorare per costruire un’alternativa, concreta, plausibile, e finalmente vincente.
11/11/2016
Giorgio Barberis - redazione@alessandrianews.it

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