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Opinioni

Il presidente inaspettato

L’inatteso trionfo dell’eccentrico miliardario newyorkese è stato da molti interpretato come l’ennesimo segnale di un’insofferenza crescente verso le classi dirigenti tradizionali e consolidate
OPINIONI - L’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti ha suscitato scalpore nell’opinione pubblica mondiale, persuasa che Hillary Clinton avrebbe prevalso in nome della maggiore affidabilità nella gestione del potere. Di conseguenza, l’inatteso trionfo dell’eccentrico miliardario newyorkese è stato da molti interpretato come l’ennesimo segnale di un’insofferenza crescente verso le classi dirigenti tradizionali e consolidate. Il cui consenso viene fatalmente eroso da movimenti politici estranei al loro milieu, in quanto lungamente ostracizzati, come il Front National in Francia, o fondati in chiara contrapposizione al vigente sistema dei partiti, come il M5S in Italia o Alternative für Deutschland in Germania.

Il caso di Trump, tuttavia, aderisce a questo modello solo in parte, non foss’altro perché egli si è presentato alle elezioni nelle vesti di candidato repubblicano, ossia di quello che si definisce orgogliosamente Grand Old Party. E l’immagine inquietante dei cittadini americani ammaliati dalle sirene populiste, al punto da consegnarsi in massa al nuovo presidente, va confrontata con la freddezza dei numeri. In termini assoluti, secondo le cifre al momento disponibili, Clinton ha perso circa un milione e mezzo dei voti ottenuti da Obama nel 2012, ma ne ha comunque raccolti alcune centinaia di migliaia più di Trump. Il quale ha superato la quota di suffragi del suo immediato precedessore, Mitt Romney, ma si è arrestato ben al di sotto di quella raggiunta dall’ultimo esponente repubblicano vittorioso. Cioè G.W. Bush jr., che nel 2004 fu rieletto anche sull’onda emotiva della reazione americana agli attacchi terroristici del 2001, ma scontando almeno in certa misura i dissensi provocati dalla controversa guerra in Iraq.

A premiare Trump e punire Clinton, in altri termini, è stato soprattutto il ribaltamento nei rapporti di forza fra democratici e repubblicani in sei Stati – in un caso, quello della Florida, con una variazione contenuta nell’ordine del 2% – che si è riverberato nello spostamento da un fronte all’altro di 100 grandi elettori, quasi il 20% del totale. E ha sancito il successo del candidato di (lieve) minoranza, alla luce di un’arcaica procedura di elezione formalmente indiretta e territoriale che viene ormai platealmente vissuta da eletti ed elettori come investitura diretta a conclusione di uno scontro di livello nazionale.

Le ragioni della contabilità e della tecnicalità elettorale ritraggono dunque un paese diviso fra due schieramenti, entrambi peraltro minoritari nella società complessivamente intesa, se si rileva che alle presidenziali hanno votato poco più di 122 milioni di cittadini, rispetto ai 208 milioni di potenziali partecipanti e ai 325 milioni di abitanti. Ciò precisato, il vero dilemma è se il profilo di Trump possa essere accostato – dal punto di vista sostanziale e non puramente formale – al filone politico e culturale repubblicano. Sono validi e numerosi gli argomenti che farebbero propendere per una risposta negativa: l’estremismo di alcune proposte, a partire dalla costruzione di un muro lungo la frontiera con il Messico, che riecheggia peraltro iniziative da tempo intraprese in Europa; i toni dirompenti adottati durante la campagna elettorale; la rottura pubblica con alcuni repubblicani storici.

Altre variabili suggeriscono tuttavia di sospendere il giudizio. In primo luogo, nell’area repubblicana coesistono notoriamente diverse anime, che solo con grande approssimazione possono essere ricondotte all’opposizione schematica tra radicali e moderati, tra “falchi” e “colombe”, e non consentono di individuare una linea politica univoca con la quale paragonare le idee professate da Trump. Alcune di esse, inoltre, sono già state accarezzate da amministrazioni conservatrici – è il caso della tendenza isolazionista, ventilata da Bush jr. prima dell’11 settembre in polemica con l’interventismo clintoniano – e poi accantonate, se non palesemente disattese, sull’onda degli eventi. In secondo luogo, è sconsigliabile dare troppo credito ai proclami della propaganda trumpiana, a maggior ragione se provenienti da un outsider spregiudicato, che fin dalle primarie ha deciso di accentuare alcuni tratti del proprio discorso pubblico anche per differenziarsi da concorrenti supportati dalle strutture del partito. La scelta di ministri e collaboratori, infine, dirà molto circa la volontà di Trump di sfidare o blandire la maggioranza repubblicana del Congresso, con la quale egli dovrà in ogni caso fare i conti nell’azione quotidiana di governo. Circondarsi di personaggi ruvidi ma sperimentati, come Rudolph Giuliani, è ben diverso che affidarsi all’equivalente americano di un Alessandro Di Battista.
18/11/2016

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