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Opinioni

Memoria corta e strategiche allucinazioni

L’appeasement non bastò a bloccare una guerra di aggressione espansionistica nel ’38, ma evitò di provocare guai peggiori di fronte alla difesa armata sovietica dello status quo dei due blocchi. La ricerca di un compromesso qualche volta funziona, qualche volta no, dipende da tutto il resto...
OPINIONI - Cogliendo l’occasione del cinquantesimo anniversario dell’inizio della “primavera di Praga” quando Dubcek assunse la guida del governo della Cecoslovacchia, il direttore de La Stampa ha titolato il suo editoriale sulla prima pagina del 14 cennaio “L’Occidente nella trappola dei dittatori”.
Molinari riconosce che “La scelta degli Stati Uniti e dell’Europa di non tendere la mano alla Primavera di Praga trovò la sua giustificazione nella Guerra Fredda, che vedeva il Vecchio Continente diviso dalla 'Cortina di ferro' con le superpotenze di Washington e Mosca protagoniste di un equilibrio atomico che minacciava il Pianeta”. Ma non esita a considerare quella decisione “pari al tradimento con cui a Monaco nel 1938 Londra e Parigi avevano accettato di sacrificare proprio la Cecoslovacchia ai desideri di Hitler e Mussolini, spianando la strada alla Seconda guerra mondiale”. E aggiunge “A Monaco 1938 come a Praga 1968 fu la fede assoluta nell’appeasement che spinse le democrazie nella trappola dei dittatori, rinunciando a difendere diritti e libertà.”

L’affermazione che nel ’38 e nel ’68 i diplomatici Inglesi e Francesi abbiano avuto una fede “assoluta” nell’appeasement mi sembra per lo meno curiosa. Ma è l’analisi storica proposta che mi pare sostanzialmente sbagliata e smentita semplicemente dalla realtà dei fatti. Nel ’38 l’appeasement non bastò a fermare la nascita della guerra. Nel ’68 lo stesso appeasement evitò il possibile scoppio di una guerra atomica. Quindi cosa c’entra l’appeasement? In realtà esso non bastò a bloccare una guerra di aggressione espansionistica nel ’38, ma evitò, invece, di provocare guai peggiori di fronte alla difesa armata sovietica dello status quo dei due blocchi. Quindi la ricerca di un compromesso qualche volta funziona, qualche volta no, dipende da tutto il resto.

Ma per Molinari “Ricordare l’errore morale e politico compiuto con la Primavera di Praga serve oggi all’Europa ed all’Occidente per tentare di non incorrere nello stesso sbaglio, tenendo a mente ciò che distingue le democrazie: l’impegno per il rispetto dei diritti fondamentali degli individui alla vita, alla libertà ed alla prosperità".

Dopo aver citato in modo apparentemente casuale paesi del mondo con problemi eterogenei conclude: “Ecco perché è legittimo chiedersi se milioni di siriani, curdi, iraniani, venezuelani e nordcoreani oggi non provino la stessa amarezza e delusione nei confronti dell’Occidente che ebbero i cecoslovacchi aspettando invano anche solo un cenno di sostegno delle democrazie davanti all’avanzare dei cingolati con la Stella Rossa. Dobbiamo chiederci se non stiamo sbagliando oggi, come si sbagliò allora, a non tendere la mano verso chi anela alla libertà a Damasco e Tehran, Pyongyang e Caracas. Dobbiamo chiederci se l’appeasement di oggi - non più dovuto ai pericoli della Guerra Fredda ma a interessi assai prosaici - non torni a spingere le democrazie nel vicolo cieco della trappola dei dittatori.”
Boh.

Ma, forse, Molinari ha la memoria corta.
Dov’era quando siamo andati a liberare l’Afganistan dai talebani terroristi? Ora sì che lì c’è democrazia! E non si ricorda la mano tesa che abbiamo dato per sostenere la democrazia in Iraq abbattendo il dittatore Saddam Hussein e i suoi depositi di armi di distruzione di massa? Per non parlare del sostegno alla primavera araba dato in Libia dove abbiamo fatto fuori Geddafi ed introdotto una democrazia di stile francese… E in Siria sono sei anni che cerchiamo di liberare il popolo dal dittatore con l’aiuto dell’Arabia Saudita, famoso paladino delle libertà democratiche… E poi è proprio questo il momento giusto per titillare le aspirazioni democratiche dei sudditi di Kim Jon Un che gioca coi missili atomici? E perché non parlare di Yemen o del Sud-Sudan o dell’Eritrea?

E se la memoria non fosse così corta da dimenticare il passato recente potremmo anche ricordare la democrazia esportata in Cile con Pinochet o in Nicaragua.
Altro che appeasement! La memoria corta talvolta favorisce strategiche allucinazioni.
1/02/2018
Marcello Favareto - redazione@alessandrianews.it

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