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Opinioni

Mezzo secolo dopo

Le proteste in Francia hanno dato una grossa mano al premier Conte per convincere la Commissione europea ad ammorbidire il proprio atteggiamento di fronte al rischio che la miccia francese desse fuoco alle polveri di una possibile ribellione sociale in Italia. Ma cera, o c ancora, concretamente questo pericolo di rivolta nel nostro paese?
OPINIONI - Un mese fa concludevo il mio articolo su scienza e relativismo postmoderno con queste parole: “Pensando alla situazione italiana, all’ignorante improvvisazione dei nostri governanti, allo stato della scuola e della società piena di diritti e di nessun dovere, dove ha ragione chi strilla più forte mi son sentito misteriosamente come se avessi già vissuto, in un’altra vita, queste situazioni. Poi, all’improvviso, un’illuminazione: noi è da cinquant’anni, dal ’68 che siamo così!”

Senza pretendere di riconoscere nella nostra storia recente i cicli e ricicli storici che Giovanbattista Vico vedeva nella storia dell’umanità, e ancor meno accodarmi ai cicli secolari della storia americana/occidentale che Steve Bannon cerca di cavalcare e propagandare anche tra le destre populiste in Europa, mi sembra che qualche considerazione si possa fare su quel che succede nella nostra società oggi e ciò che abbiamo vissuto mezzo secolo fa.

Il fenomeno sociale che più vividamente richiama alla memoria, oggi, il passato di cinquant’anni fa è certamente il movimento dei giubbotti gialli francesi, una protesta scattata in occasione dell’aumento dei carburanti voluto da Macron, ma che coinvolge molti aspetti, certamente non solo economici, della situazione vissuta da alcune categorie della società d’oltralpe.

Anche nel ’68 la protesta iniziò a Parigi e si estese poi in Europa e in Italia.

Si partì con gli studenti, con la contestazione dei baroni universitari, con la critica alle basi e agli scopi dell’istruzione (ricordate il motto: “la scuola deve formare il cittadino, non il lavoratore per l’industria del padrone”?), si pretendevano gli esami di gruppo e il 6 garantito. Il Movimento studentesco assunse poi anche il sostegno della “causa” degli operai di potere Operaio e la “lotta per” divenne ben presto la “lotta contro”, contro il governo e poi contro lo stato. E la contestazione divenne rapidamente lotta armata. Il giudice Sossi fu rapito nel ’74, il giornalista Carlo Casalegno fu ucciso nel ’77 e Aldo Moro nel ’78, solo per citare alcune vittime famose di allora.

Combinazione vuole che proprio il 15 dicembre a Rivoli il sindaco, Dessì, e il presidente del Consiglio regionale, Boeti, abbiano inaugurato un monumento che recita: “A perenne ricordo delle vittime del terrorismo eversivo, assassinate o ferite gravemente in questo territorio”. Anche questo fatto potrebbe essere il sintomo di un riciclo storico o della sensazione che certe cose siano in procinto di tornare.

Tra l’altro le proteste in Francia hanno dato una grossa mano al premier Conte per convincere la Commissione europea ad ammorbidire il proprio atteggiamento di fronte al rischio che la miccia francese desse fuoco alle polveri di una possibile ribellione sociale in Italia.

“Potete dire grazie a Macron, se la Commissione europea non avvia una procedura d’infrazione contro l’Italia” si dice al ministero delle finanze tedesco, secondo La Stampa del 21 Sicembre.

Ma c’era, o c’è ancora, concretamente questo pericolo di rivolta nel nostro paese? Secondo me, no. E cerco di spiegare perché.

Il ciclo storico delle contestazioni e della “lotta” di classe iniziata nel ‘68 si concluse, almeno nella psicologia collettiva, nel 1980 quando la protesta contro i licenziamenti annunciati dalla Fiat, con 35 giorni di blocco dei cancelli e della produzione e con il dichiarato appoggio “financo all’occupazione delle fabbriche” del segretario del Pci Enrico Berlinguer, si concluse con la cosiddetta marcia dei quarantamila, quadri, impiegati e anche operai, che negli striscioni dichiaravano esasperati "il lavoro si difende lavorando" e "vogliamo la trattativa, non la morte della Fiat".

Il ricordo di quella marcia è tornato vivido nella mente e nello spirito di molti italiani e di tutti i piemontesi di una certa età quando il 10 novembre, a Torino, piazza Castello si è gremita di circa trentamila persone che manifestavano a favore dello sviluppo economico-industriale della regione e della realizzazione del tunnel di base per il collegamento delle linee Tav già esistenti da anni sui due lati delle Alpi.

Ma, mentre i francesi cominciano la rivolta, noi italiani la stiamo già finendo?

Sembrerebbe che ci sia uno sfasamento storico tra Francia e Italia: i francesi (alcuni) si svegliano ora, protestano contro la loro situazione economica e sociale e contestano il governo, gli italiani, invece, con una manifestazione opposta, sembra che stiano già chiudendo questo eventuale nuovo ciclo con un anticipo di dieci anni.

Ma come è possibile chiudere un ciclo, se non è mai cominciato? Oppure, forse, il ciclo c’è stato ma non ce ne siamo accorti?

Giusto dieci anni fa Beppe Grillo inaugurava il primo “vaffa day” e un anno dopo fondava con Gianroberto Casaleggio il Movimento 5 Stelle. Da allora il processo di demolizione dell’organizzazione e dell’autorevolezza politica dei partiti storici non si è più fermato. Ciò che le Brigate Rosse non erano riuscite a fare mezzo secolo fa con la violenza, è riuscito a Grillo e soci con l’arma del ridicolo.

Ma, come il regime sovietico è imploso per le sue debolezze interne, così la struttura dei partiti storici italiani si era corrosa dall’interno ben prima che Grillo cominciasse la sua opera demolitrice. Basta ricordare il periodo di Mani Pulite, i governi aziendali del cavaliere, lo spappolamento progressivo della sinistra incapace di comprendere gli umori e i bisogni del paese, a tal punto che ancora oggi, a nove mesi dal disastro elettorale di Marzo, non è in grado di proporre un’idea di società attorno a cui raccogliere le energie migliori superando, per il bene della nazione, personalismi velleitari ed egoismi ipertrofici.

Quindi in realtà il nostro nuovo ’68 è cominciato nel 2008, ma è stata una rivoluzione nazionale, condizionata dai mali della nostra politica e dai limiti della nostra società, e non ha avuto collegamenti e seguaci fuori del nostro paese. Ma, contrariamente al primo ’68, quello nuovo ha vinto, ha vinto rispettando le regole della democrazia, ha convinto, o, secondo alcuni, ha illuso, gli elettori a tentare un governo del cambiamento: meglio inesperti onesti che esperti disonesti.

Per questo ritengo che i giubbotti gialli francesi arrivano molto in ritardo rispetto a noi e non potranno provocare da noi alcuna rivolta sociale, visto che c’è già stata.

I primi nove mesi di governo, però, soprattutto dal lato M5S, qualche delusione l’hanno già data nonostante le roboanti dichiarazioni di Giggino Di Maio. E Danilo Toninelli guida indiscusso il gruppo dei peggiori al governo (anche un po’ sfigato col crollo del ponte Morandi...).

Da questa situazione è nata spontanea la reazione della “società civile” e la dimostrazione dei trentamila di Torino. Ma, mentre nel 1980 la marcia è servita a far rinsavire la società, quella dei giorni nostri dovrebbe far rinsavire un governo che sarebbe costretto a smentire le promesse fatte agli elettori e potrebbe esser perciò mandato a casa.

Comunque è difficile, secondo me, che ciò succeda a breve, anche perché all’orizzonte non si vede, purtroppo, alcuna alternativa decente.

1/01/2019
Marcello Favareto - redazione@alessandrianews.it

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