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Campionati Mondiali di Calcio 2018

Sogni in campo aperto

Dunque dopo due partite vinte ai rigori ed una ai supplementari, dopo aver cantato tra le più belle arie calcistiche di questo mondiale, la Croazia, come Gilda, la figlia di Rigoletto, al fin è caduta. Il condottiero Didier Deschamps, non lo ammetterà mai, ma ha vinto giocando all'italiana

 

Dunque dopo due partite vinte ai rigori ed una ai supplementari, dopo aver cantato tra le più belle arie calcistiche di questo mondiale, la Croazia, come Gilda, la figlia di Rigoletto, al fin è caduta. Il condottiero Didier Deschamps, non lo ammetterà mai, ma ha vinto giocando all’italiana. Pochi frizzi e lazzi, molta solidità tattica e contropiedi micidiali. Ha concluso il primo tempo della finale in vantaggio per due a uno tirando in porta una volta sola. Alla seconda ci ha pensato la testa di Mandzukic. Per sessanta minuti l’unica in campo si è vista solo la Croazia poi il goal di Pogba ha definitivamente reso impossibile l’ennesima resurrezione di una squadra esausta.

La Francia ha vinto giocando come noi, e per una volta ci ha ritorto contro le parole di Paolo Conte, perché è il nostro turno di incazzarci. Deschamps giocava in Italia quando alzò la Coppa da giocatore, nel 1998, e alla Juventus in serie B, ha iniziato la sua carriera da allenatore. Se ha un maestro è Marcello Lippi, che il suo Mondiale lo vinse più o meno allo stesso modo, esaltando le abilità dei singoli in un collettivo tenuto insieme dall’intelligenza. La storia dice, e la racconta bene Jean-Philippe Leclaire in ‘Le Roi’, che l’uomo dei Pirenei rispose per le rime a Michel Platini negli spogliatoi del Saint Denis, quando il grande numero 10 provò ad accreditarsi di un trofeo che da giocatore, con la nazionale del calcio champagne, non aveva mai vinto. Deschamps, nato a Bayonne, è uomo dei Pirenei, come il celebre Commissario Adamsberg protagonista dei gialli di Fred Vargas: voleva vincere, ha vinto e lo champagne lui lo può stappare, un’altra volta. In fondo la differenza tra il calcio e l’arte è solo questa: la bellezza è quasi niente senza il risultato.

In tribuna ha esultato Emmanuel Macron, mentre agli Champs-Elysées la polizia disperdeva i casseurs con gli idranti, perché non basterrano Mbappé, Kanté, Matuidi e Pogba a convincere le banlieues che va tutto bene, che le opportunità sono uguali per tutti. Lo sport può essere riscatto e consolazione ma non è mai la soluzione di quello che può risolvere solo la politica.

Allo stesso modo il Mondiale può essere una grande vetrina per le capacità igieniche del potere, come Putin ha dimostrato in questo mese in cui tutto è stato davvero perfetto. Ma poi la festa finisce e, per tornare in albergo, prendiamo la metropolitana di Mosca che è il posto più vero di questa città, come già diceva il dimenticato Goffredo Parise, in un dimenticatissimo reportage. E’ la ferrovia sotterranea più estesa del mondo, e le sue stazioni raccontano la storia di questo popolo che non può essere ridotto ai minimi termini di uno story telling qualsiasi.

I Campionati Mondiali di Calcio allestiscono gli stadi e le strade per i turisti, e l’unica verità che esprimono è nel terreno di gioco, su quel prato verde in cui si vince e si perde dando tutto per sé stessi e per chi trepida per noi. Molti volti, in metropolitana, ci raccontano la storia di quei ragazzi che quando gli ospiti se ne vanno tornano ad avere paura di quello che accadrà nelle mura di casa.

Ma quello che ci dobbiamo sempre ricordare è che tanto i casseurs parigini e lionesi, quanto la gioventù perduta di Mosca sopravvivono anche grazie ai sogni che gli regala un pallone, perché come scrisse Antonio Gramsci il calcio è il “regno della lealtà umana esercitata a cielo aperto”.

Speriamo di esserci anche noi, tra quattro anni, a sognare.

Dasvidania, tovarishes.

 

16/07/2018
Simone Farello

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