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Opinioni

Talk show

La tendenza ad affermare convinzioni senza supportarle con un pensiero razionale credo che sia sempre esistita, ma l’affermazione ideologica in contrasto con le capacità razionali della stessa persona mi sembra che sia maggiore oggi che un tempo. E una cosa che mi sembra sia cresciuta nel tempo è l’estinzione del dialogo
OPINIONI - Ho un vago ricordo di quando sono cominciati i talk show sulle televisioni italiane, ma ricordo ancora con una certa impressione Giuliano Ferrara che urlava e prevaricava in modo per me insopportabile i suoi interlocutori in un programma di cui non mi è rimasto altro.

Su Wickipedia ho trovato che il programma era “Linea rovente” del 1987 in cui Ferrara indossava una toga da giudice e vessava il testimone suo interlocutore. Su La Repubblica del 10 Novembre ’87 l’articolista scriveva: “La scenografia ricorda un'aula giudiziaria. L'accusatore indossa una toga di seta, esageratamente impreziosita da una passamaneria dorata e la sedia su cui prende posto rievoca un trono da grande accusatore metafisico piuttosto che uno scranno giudiziario. Sono elementi significativi del programma Linea rovente, in onda da stasera e per otto settimane su RaiTre alle 20,30, la cui filosofia è quella di proporre un autentico processo a un personaggio, ma anche di non perdere di vista l'ironia. Il giornalista Giuliano Ferrara, che ha accettato il ruolo dell' accusatore, dice di aver aderito con entusiasmo alla proposta di Lio Beghin e di Anna Amendola, curatrice della serie perché 'la televisione ha bisogno della polemica come del pane. Ha bisogno di facce e parole che ricevono luce, chiarezza, del conflitto tra le idee, le persone, i fatti controversi... Ma la televisione ha anche bisogno di ironia... Il ritmo anche ferino, belluino, di un'intervista a uccidere ha un senso soltanto se chi domanda - e se del caso chi risponde - non si prende troppo su serioso..”. Questa sera, ospite-processato di Linea rovente è Armando Verdiglione, lo psicanalista recentemente accusato di usare il suo ascendente sui pazienti a scopo di lucro. Se nella prima parte Ferrara accusa con documenti e filmati, nella seconda parte Verdiglione potrà difendersi, anche lui usando documenti e testimonianze. Molto importante il ruolo del pubblico. I telespettatori potranno intervenire in diretta, telefonando al n. 068262 per esprimere il loro parere. Al termine, Ferrara annuncerà il loro verdetto.” (il neretto è mio)
Io non ricordo l’ironia, ma la polemica e il conflitto feroce sì.

A venti anni di distanza Ferrara materializzava ancora alcuni aspetti dello spirito del sessantotto di cui era stato in qualche modo un protagonista e che io avevo scansato di poco, essendomi laureato nel ’66. Ma ricordo l’ideologizzazione delle menti in quel periodo grazie ad un episodio vissuto nel ‘68, che mi ha aperto gli occhi sulla capacità dell’uomo di perdere ogni senso della logica. Ero a Firenze in un gruppo di giovani e si discuteva; ad un certo punto uno di questi se ne esce dicendo “io lotto per l’affermazione della società marxista-leninista in Italia” e, alla mia domanda come sarebbe stata questa nuova società, ha risposto: “In quella società gli operai lavoreranno soltanto un giorno alla settimana”. Gli ho allora obbiettato che per vivere con lo stesso tenore di vita avremmo dovuto produrre in un giorno quello che allora si produceva in cinque. Il mio interlocutore ci ha pensato qualche secondo e poi ha sbottato: “Non me ne frega niente, io voglio lottare per la società marxista-leninista in Italia”. Fine del dialogo e del ragionamento.

La tendenza ad affermare convinzioni senza supportarle con un pensiero razionale credo che sia sempre esistita, ma l’affermazione ideologica in contrasto con le capacità razionali della stessa persona mi sembra che sia maggiore oggi che un tempo. E una cosa che mi sembra sia cresciuta nel tempo (o forse è solo diventata più visibile) è l’estinzione del dialogo, sostituito dall’affermazione urlata della propria idea associata al rifiuto di comprendere le ragioni dell’interlocutore. Secondo me Ferrara è stato uno degli antesignani del metodo, almeno a livello dei sistemi di comunicazione di massa (a quel tempo solo la televisione), ma si era certamente esercitato nei comizi del ‘68.

La tecnica si poi è diffusa rapidamente e tanti si sono appropriati del sistema: talk show politici e sportivi dove si urla, si parla uno sull’altro, ci si insulta, dove il pensiero non viene comunicato, ma si fa lo spot a mio favore e lo spot contro te anche fuori tema. Tribunali in cui mariti e mogli, figli e padri, vicini di casa e chi più ne ha più ne metta, si fanno causa per delle stupidaggini, si vomitano addosso rancori di una vita, si insultano e si sfogano mettendo in piazza il proprio odio reciproco alla presenza di un pubblico goduto e partecipante. Ormai tutti i giorni ci sono offerti spettacoli di questo genere.

E in politica siamo passati attraverso gli aulici discorsi celoduristi della lega per arrivare ai vaffa day dei grillini. È uno stile di vita, di relazione che ormai permea il nostro modo di sentire e di vivere a livello dei singoli e della società intera.

E poi sono arrivati i social… Sembra che Facebook e simili abbiano sugli utenti un effetto di rilassamento dei freni inibitori frutto dell’educazione (che, almeno a noi di una certa età, è stata impartita dai genitori, mentre le generazioni successive figlie dei metodi del dott. Spock manco quella conoscono…). Lì viene spontaneo, naturale, quasi necessario manifestare il proprio dissenso con giaculatorie di insulti, così come viene facile sparare notizie false a cui in molti abboccano come barbi affamati.

Le ultime due elezioni presidenziali americane si sono giocate essenzialmente con l’uso “sapiente” dei mezzi social, ed i toni usati nell’ultima campagna non sono stati proprio edificanti. La comunicazione politica si fa coi tweet mandati in giro al mattino presto, quando non si è ancora completamente svegli, che vengono più spontanei, senza l’influenza dei consiglieri, e piacciono di più al popolo dei follower.

Il top di questo stile di comunicazione è stato raggiunto di recente nel palcoscenico politico mondiale più prestigioso, l’Assemblea Generale dell’Onu dove il presidente di una repubblichetta delle banane come gli Stati Uniti ha dato del pazzo ad un altro capo di stato (che, forse, un po’ pazzo lo è veramente) minacciando distruzione e morte.

Lo stile del talk show di Ferrara, come un virus, è arrivato ad infettare tutto il sistema sociopolitico mondiale. Se le cellule cerebrali dell’organismo costituito dalla comunità umana entrano in crisi e non comunicano più, il controllo viene preso dai sistemi di livello inferiore, dai riflessi condizionati, automatici, emotivi, senza autocontrolli e si rischiano guai seri.

Qualche sintomo ce l’abbiamo già negli Stati Uniti con gli scontri di Charlottesville tra “democratici” e ultradestra. Gianni Riotta in un articolo su La Stampa del 13 Settembre dal titolo “La sinistra che spaventa l’America” a proposito dei manifestanti democratici che si sono scontrati con l’ultradestra fascista a Charlottesville cita il professore dell’Università di Dartmouth Mark Bray per il quale essi sono “partigiani antifascisti che sentono il dovere etico di opporsi ai neofascisti, anche con la violenza e le armi da fuoco”. Ai vecchi come me queste parole fanno accapponare la pelle, perché ricordano le BR, gli anni di piombo, l’assassinio di Aldo Moro.

Non vorrei che si ricominciasse un ciclo in cui nei talk show del mondo e nei rapporti tra nazioni si passi dallo sparare insulti a sparare pallottole vere.
1/10/2017
Marcello Favareto - redazione@alessandrianews.it

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