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Novi Ligure

D'Ascenzi: 'La citta' riparte dai cantieri'

Questa volta Mauro D’Ascenzi lo incontriamo non nei panni di manager Acos (e FederUtility, la Confindustria delle imprese del settore energetico e idrico), ma di attento osservatore delle dinamiche politiche ed economiche del territorio, e non solo. Capace di regalare nell’analisi la “zampata” graffiante, e la metafora particolarmente incisiva.
NOVI LIGURE - L’etichetta di Richelieu della politica del basso Piemonte lo fa sorridere divertito, e dice: «La definizione certamente esalta il mio narcisismo, ma non c’è niente di vero: la ricerca di armonia e trasparenza hanno sempre caratterizzato la mia attività pubblica. E non so neppure mentire: qualche volta mi farebbe anche comodo, eviterei di fare arrabbiare qualcuno. Ma, essendo dotato di scarsa memoria, per me dire sempre la verità è l’unico modo per non confondermi».
Mauro D’Ascenzi (nella foto), «di formazione marxista con robuste iniezioni di liberalismo», è certamente però uno dei cervelli più raffinati della sinistra novese, da decenni. Per questo, per una volta, lo incontriamo non nei panni di manager Acos (e FederUtility, la Confindustria delle imprese del settore energetico e idrico), ma di attento osservatore delle dinamiche politiche ed economiche del territorio, e non solo. Capace di regalare nell’analisi la “zampata” graffiante, e la metafora particolarmente incisiva.

— D’Ascenzi, non possiamo che partire dal Partito Democratico: quanto successo nei giorni scorsi, in sede di elezione del presidente della Repubblica, mette in discussione l’esistenza stessa del Pd?
«Ma non scherziamo: semmai c’è stata la dimostrazione che abbiamo mandato a Roma, mi spiace dirlo, anche persone senza onore, lealtà ed etica: perché non saprei come definire altrimenti coloro che, senza manifestare apertamente il loro dissenso, hanno silurato Prodi nel segreto dell’urna. Le battaglie si fanno, sempre: ma alla luce del sole. Per fortuna c’è San Giorgio [Napolitano; ndr], senza il quale davvero non so come non il Pd, ma l’Italia sarebbe uscita da questa situazione. Detto questo, non tutto il male viene per nuocere, dicevano i nostri vecchi…»

— Ossia?
«Ossia dobbiamo tutti riflettere, a livello nazionale come locale, sul fatto che chi fa politica non può mai far prevalere il proprio narcisismo personale, che pure è un elemento umano ineliminabile. Ma il senso di responsabilità, e della funzione che si occupa, devono venire sempre prima».

— Il quadro del centrosinistra però nelle prossime settimane e mesi potrebbe subire evoluzioni impreviste: la politica novese, già in fibrillazione in vista delle comunali del 2014, ne risentirà?
«Sicuramente sì, ma guarderei un po’ oltre alle polemiche ed emergenze “di giornata”. Sa perché la politica novese è già in fibrillazione? Perché si percepisce che siamo alla fine di un ciclo socio-economico, e che il centro sinistra ha tutte le credenziali in regola per aprirne un altro, ma solo se saprà presentare alla città un progetto davvero innovativo e credibile. L’errore da non commettere è quello di concentrarsi, ora, sul nome del candidato, o della candidata. Capisco che semplifica, e diverte: ma è sbagliato».

— Lei da dove partirebbe?
«Dal contesto socio economico. Sa, io sono un vecchio marxista, che poi ha avuto in età adulta qualche contaminazione di cultura liberale, e rimango convinto che i rapporti di produzione, e insomma le condizioni economiche reali siano il perno imprescindibile, attorno a cui ruota tutto il resto. E a Novi, da questo punto di vista, cosa vediamo? Che siamo messi meglio che altrove, certo. Ma questo non basta: la crisi morde anche qui, eccome, e il disagio cresce. Ma, soprattutto, mostra la corda il ciclo economico basato sul modello del terziario, che solo 10-12 anni fa sembrava poter aprire una nuova epoca. E in qualche modo la aprì anche».

— Per essere concreti: dopo le grandi fabbriche, anche la grande distribuzione, ossia il format Outlet, è destinato al declino?
«Facciamo un passo indietro: Novi ha sempre avuto, e ha tuttora, il vantaggio di una posizione logistica invidiabile, che la rende sempre potenzialmente al centro dei cicli economici del territorio. E ha anche avuto amministratori mediamente bravi, capaci di sfruttare queste potenzialità, stimolando lo sviluppo. C’è stata la fase delle fabbriche, con una siderurgia che, pur ridimensionata, ha ancora oggi un suo peso significativo, a cui nel tempo abbiamo saputo affiancare realtà come il polo dolciario, o la Campari. Poi appunto è arrivato il modello Outlet, che pur con le sue criticità ha consentito una nuova diversificazione occupazionale. Oggi, però, anche quello non basta più, e la prima emergenza con cui dovremo confrontarci, tra un anno ancor più che oggi, sarà quella del lavoro che non c’è».

— E cosa può fare la politica?
«A Novi il centrosinistra ha sempre saputo interpretare le esigenze del territorio, creando le condizioni per lo sviluppo. E questo deve continuare a fare, proponendo a tutti gli elettori un nuovo modello socio-economico, davvero innovativo. Spetta a noi in primis la responsabilità di provare a ridisegnare il futuro, ne abbiamo le credenziali: che però da sole non bastano, devono essere accompagnare da una proposta concreta e credibile».

— Fondata su cosa, D’Ascenzi? In cosa consiste il rinnovamento, e come si fa a ridare fiato all’economia del territorio?
«La leva con cui rilanciare il distretto del novese sono i cantieri: una nuova fase di sviluppo, con investimento di risorse pubbliche e private, per ridisegnare ancora una volta, in ottica di modernizzazione, il nostro territorio. E penso a due declinazioni in particolare: il centro storico, e il Terzo Valico. Ossia due straordinarie opportunità di creare lavoro, occupazione: andate nelle case di chi ha in famiglia almeno un disoccupato, e ditemi se non è quella la priorità assoluta, oggi».

— Ma sul Terzo Valico il Pd non ha tirato un po’ il freno a mano?
«Diciamo che dopo le elezioni di febbraio, e l’affermazione del Movimento 5 Stelle, fortemente contrario all’opera, in tanti si sono subito adeguati: qualche volta anche in maniera un po’ troppo repentina. Io non sono tra questi: capisco la necessità di ascoltare le ragioni di tutti, e naturalmente concordo sul fatto che le modalità di realizzazione devono prevedere la massima capacità di ascolto del territorio, che finora è mancata. Ma a chi sostiene che opere come il Terzo Valico sono superflue, o comunque non indispensabili, replico serenamente che non è così. Perché oggi il capitalismo mondiale vive una nuova fase, che si chiama economia di rete. Una rete di cui Internet è solo un aspetto, sia pur decisivo: non solo sul piano culturale o informativo, ma commerciale. Oggi io posso comprare una tenda in Malesia, e la voglio ricevere a casa mia il giorno dopo, e non dopo due settimane. Per questo la vera rivoluzione è quella dei trasporti, e dei tanti cantieri necessari a realizzarli. Sul nostro territorio, questo significa prima di tutto Terzo Valico».

— E il centro storico?
«Un suo rilancio è fondamentale, sia sul piano architettonico-edilizio che commerciale. Con le evidenti ricadute poi in termini sociali e culturali. Un centro storico abbandonato e fatiscente a chi piace? Ma per rilanciarlo occorre che il motore economico del territorio si rimetta in moto. Dopo di che, occorre che il centro storico novese torni a essere attrattivo: e per farlo deve moltiplicare la sua offerta. Non un cinema, ma tre o quattro. E così tutto il resto. L’economia delle reti è un’economia aperta: ricordo che mia nonna, fruttivendola, si arrabbiò moltissimo perché il comune, nel paesino toscano dove vivevamo, concesse l’autorizzazione ad aprire a un secondo esercente, suo concorrente diretto. Quella era un’economia chiusa, e la reazione aveva un senso. Ma oggi la moltiplicazione dell’offerta, diversificata e di qualità, attrae i consumatori, e fa lievitare la domanda. Come succede all’Outlet».

— E in autunno, le primarie. Dica la verità D’Ascenzi: lei un’idea precisa sul candidato preciso ce l’ha…
«La mia scelta personale conta poco: poi spesso io voto per chi perde, per cui meglio tacere. Posso però dire, questo sì, che potrei scrivere con largo anticipo il nome di chi vincerà, in busta chiusa da aprire dopo le elezioni. Ma non sono un indovino: semplicemente credo che le caratteristiche necessarie al prossimo sindaco di Novi siano tali, che non si improvvisano. Comunque conta prima di tutto il metodo: auspico primarie con la partecipazione di migliaia di novesi. E con candidature vere, portatrici di un progetto: la pura testimonianza, in questa fase storica, serve a poco».

— D’Ascenzi, invece, farà il manager ancora a lungo, o è quasi pronto per un’esperienza come senatore?
«Ne l’uno ne l’altro direi. Sono molto contento di quel che faccio, e nel prossimo biennio, in Acos, ci attendono sfide importanti, e da vincere. Poi davvero potrei ritirarmi: perché non sono un carrierista, e perché, lo sa bene chi mi conosce, nella vita ho tanti altri interessi oltre al lavoro. Ma ci sono alcuni mestieri che non potrei davvero fare, perché non ho abbastanza spirito di sacrificio: tra questi l’infermiere, l’amministratore pubblico locale e il parlamentare. Senza contare, mi creda, che se mi candidassi non prenderei neppure il voto di mia moglie».

L'intervista completa è sul Novese in edicola sino a mercoledì 1 maggio.
28/04/2013

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