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Alessandria

Cissaca: "AAA cercasi famiglia per minore. Su Facebook"

Il Consorzio di Servizi Socio Assistenziali vara un nuovo sistema per trovare famiglie affidatarie in grado di accogliere bambini e ragazzi oggi in comunità: l'utilizzo dei social network. Fra grandi potenzialità e qualche perplessità per i rischi legati alla privacy ecco un approfondimento sul mondo degli affidi nel nostro territorio
ALESSANDRIA - Consuelo Fiamberti (nella foto a centro pagina), assistente sociale e recentemente nominata responsabile dell'area minori e famiglie per il Cissaca discute con noi il delicato tema degli affidi di minori. La nostra intervista prende spunto da una recente richiesta di pubblicazione di un annuncio per trovare una famiglia in grado di accogliere "Simone" (il nome è di fantasia), un bambino di 9 anni che oggi vive in comunità ma che ha bisogno urgente di trovare qualcuno che lo possa ospitare. Il Consorzio ha varato una nuova strategia, quella di lanciare annunci sui social network, un po' come siamo abituati a vedere quando si cerca casa a cani e gatti senza un padrone. L'abbiamo incontrata per capire le ragioni, le potenzialità e le criticità di una scelta così innovativa. 

Perché Facebook? Da quando è stata varata questa strategia? 
L'abbiamo tentata la prima volta il mese scorso, dopo una lunga discussione al nostro interno. Il grande problema degli affidi è da un lato mantenere la riservatezza, dall’altro però reperire famiglie pronte ad accogliere i minori, visto che non ce n'è un numero sufficiente. Per molto tempo abbiamo promosso incontri fisici nelle parrocchie e in altri centri di aggregazione, poi, da qualche anno, siamo ricorsi ad annunci sul giornale (Famiglia Cristiana e La Voce Alessandrina in particolare). Infine siamo giunti ai social network. Sappiamo che i social sono potenzialmente pericolosi ma anche che hanno un grande potenziale, che ci è stato confermato anche da questo primo esperimento. Si tratta solamente di un sistema per trovare più candidature, poi la selezione delle famiglie idonee avviene come sempre, con valutazioni psicologiche e rigidi iter procedurali. 

Quali sono i problemi legati all'utilizzo dei social network? Non si rischia di lasciare una traccia anche quando non si vorrebbe? I messaggi contengono nomi di fantasia, ma chi risponde pubblicamente, postando un messaggio in bacheca per candidarsi, lo fa con un profilo reale...
Ci siamo resi conto di questo problema, che subito non era stato preso sufficientemente in esame per il desiderio di trovare presto famiglie in grado di accogliere chi non poteva più aspettare. Però è vero, su questo aspetto dovremo fare una riflessione più attenta. Un altro problema può essere quello di illudere qualche famiglia che legge l'annuncio e si candida, magari senza poi possedere tutti i requisiti necessari... ma a fronte di questi rischi ci sono innegabili potenzialità. Per il piccolo "Simone" abbiamo trovato in pochi giorni diverse candidature e alcune famiglie potranno essere adoperate per altri affidi. 

Che differenza esiste fra affido e adozione? 
L’affidamento a differenza dell’adozione è temporaneo. La normativa prevede che possano essere scelte non solo coppie coniugate (come per l’adozione) ma anche single e coppie conviventi.

Indipendentemente dal sesso? Posso essere accettate anche coppie omosessuali?

Sì la normativa non discrimina. Nella pratica però non ci è mai capitato. Una sola coppia finora ha avanzato la sua candidatura, una coppia gay non alessandrina, ma che finora non siamo mai riusciti ad utilizzare.

Quanto può durare un affido?
Due anni, eventualmente prorogabili in caso di difficoltà. La famiglia affidataria ha il difficile compito di accogliere già sapendo che poi dovrebbe restituire il minore. Altrimenti esiste l’istituto dell’adozione.

E’ possibile che un affido poi si tramuti in adozione?
No. Ma può capitare che l’affido sia prolungato fino al raggiungimento della maggiore età del minore.

E’ previsto un contatto fra la famiglia d’origine e il minore in affido?
Esistono due tipi di affido. Quello consensuale nel quale di solito i rapporti fra famiglia d’origine e affidataria sono normati da un accordo ma non ci sono eccessivi vincoli da rispettare, oppure può essere di tipo giudiziale, quando la famiglia in difficoltà non è consapevole dei propri limiti, e in questo caso spesso i rapporti sono blindati. Il minore può vedere i familiari in un luogo neutro, e ci sono casi in cui la famiglia può anche non sapere dove si trova il minore nel resto del tempo.

Quali criteri vengono adottati per selezionare le famiglie affidatarie?
Non tutte le famiglie sono adatte, sia per struttura che per requisiti. Stiamo parlando di bambini che hanno già difficoltà e possono destabilizzare. E’ già capitato che famiglie poi restituissero i bambini avuti in affido, ammettendo di non riuscire ad occuparsene. Dai colloqui di selezione si verifica se nella coppia c'è unità d'intenti e quali siano le reali motivazioni alla base della scelta. Serve una grande flessibilità e capacità organizzativa. E poi, ovviamente, una certa capacità di tollerare la frustrazione perché spesso i minori mettono alla prova la nuova famiglia. Inoltre vengono valutati requisiti di reddito e di stabilità generale del nuovo nucleo familiare. 

A chi ottiene in affido un minore viene dato un sussidio economico per occuparsene?
Sì, sono 450 euro al mese. Se l'affido riguarda ultra 14enni o bambini nel primo anno di età si presume che ci siano costi aggiuntivi e quindi la somma può essere ulteriormente maggiorata (fino a un massimo del 30%), anche se in periodo di crisi di fondi da parte del Cissaca diciamo che 450 euro è la cifra standard.

Sono più i single o le coppie a offrirsi per ottenere degli affidi?
Gli affidi vengono dati soprattutto a coppie. La normativa privilegia le coppie con figli, quindi che abbiano già una certa esperienza con dei minori. 

Di quali cifre stiamo parlando? 
Nel corso del 2014 finora contiamo 28 affidi effettuati, 4 dei quali però solo diurni. Gli affidi parafamiliari (quando il minore viene affidato a parenti fino al quarto grado) sono invece 38. Quelli del 2013 erano stati 36.

Quanto dura l’iter dalla prima conoscenza della famiglia all’affido vero e proprio?
Non c’è un tempo standard. A volte basta qualche mese.

Ogni quanto effettuate poi il monitoraggio sulle famiglie?
Ogni 3 settimane o una volta mese al massimo. All’inizio più spesso, ma poi dipende da caso a caso.

Si può dire che il fenomeno sia in aumento?
No, direi di no. Sono abbastanza stabili e in linea con quanto successo gli anni passati.  

Sono più minori italiani o stranieri a venire dati in affido a una nuova famiglia?
La maggioranza direi che sono italiani, ma c’è anche qualche affido di minori stranieri (4 o 5 in totale).
Le famiglie di origine sono o monoparentali, o con almeno un genitore con una grave difficoltà. Poi ci sono affidi solo diurni e lì di solito alla famiglia d’origine manca una rete familiare adeguata, sono un po’ soli, e la nuova famiglia è un po' come se ricoprisse il ruolo dei nonni o di zii che si possono occupare del minore durante il giorno.  

Avete un riscontro su cosa avviene quando i minori tornano nella famiglia di orgine dopo un affido?
Una statistica vera e propria non è mai stata fatta. In molti casi gli affidi finiscono per essere prolungati fino alla maggiore età del bambino. In quel caso si mantiene un contatto con la famiglia d’origine ma non vi è un vero e proprio rientro. Quando però la partenza non è così problematica ci possono anche essere rientri in famiglia molto positivi. Sicuramente l’affido familiare non è facile, però non bisogna vedere solo gli aspetti critici: d’altronde se si fanno delle forzature poi gli affidi non funzionano. L’alternativa sono le comunità…

Quante comunità gestite sul territorio?
Ce ne sono 3: la prima “il pulcino” è dedicata alla fascia di età che prima era 0-5 anni ma ora con la nuova normativa arriverà a essere 0-12, poi la comunità per adolescenti, "il galletto", che accoglierà la fascia 12-18. E poi c’è una terza comunità che però è del tipo mamma-bambino su progetti di valutazione o sostegno alla genitorialità dove ancora si mantiene il rapporto con la mamma originale. Per gli adolescenti e i ragazzi più grandi spesso la comunità diventa una realtà perché per le famiglie è più difficile portare avanti l’affido. Ci proviamo ma è più facile ottenere inserimenti efficaci su fasce di età più basse.

L’obiettivo sarebbe quello di avere le comunità vuote o ci sono casi dove sono da preferire all'affido in famiglia?
Sarebbe bello avere comunità vuote, e la normativa va in quella direzione. Si cerca di sostenere prima di tutto la famiglia di origine, poi si pensa a un’altra famiglia e la comunità è l’ultima scelta. Ma di fatto non è sempre così facile. A Torino per esempio esiste un vero "progetto neonati", quindi i bambini più piccoli non passano più in comunità ma vanno direttamente in famiglia. Speriamo che fra un po’ anche da noi si possa arrivare a questa efficienza. Certo, in quel caso serve un grande lavoro di ricerca delle famiglia: a Torino esiste in questo senso una vera e proprio "casa dell'affido" con corsi di formazione periodici per le famiglie e un sistema di monitoraggio costante. Qui da noi esiste un "gruppo affidi" composto da professionisti e uno staff interdisciplinare che fa tutto il possibile, ma obiettivamente non siamo a livello di Torino. 

Certe famiglie si fidelizzano nel corso del tempo, arrivando a ospitare più minori uno dopo l'altro?
Sul progetto a Torino dei neonati sì. Da noi è successo soprattutto con qualche single che abbia seguito più di un caso.

Ma il rapporto con la famiglia affidataria poi può continuare anche dopo l'eventuale ritorno del minore nella famiglia d'origine?
Sì, certo, il fatto di perdere poi i contatti è una paura delle famiglie affidatarie, che si affezionano ovviamente al minore. Di solito si mantiene un rapporto, anzi, l’avere un riferimento adulto sano è molto importante anche nel proseguo della vita. Diciamo che restano come amici o come una specie di “zii” acquisiti.

Capitano anche situazioni nelle quali i minori si rifiutano di tornare nella famiglia d’origine perché si trovano molto meglio in quella affidataria?
Sicuramente quando si parla di bambini bisogna lavorare in generale sulle separazioni e sui distacchi. E poi un problema specifico dell’affido è il cosiddetto “conflitto di lealtà”: il bambini si sente bene quando va a stare meglio in una nuova famiglia spesso con risorse materiali e affettive più grandi rispetto a quella d’origine: quando poi deve tornare nella famiglia naturale vive un conflitto interiore perché può provare tristezza per ciò che lascia e questo lo fa sentire in colpa nei confronti della sua famiglia d'origine, come se in qualche modo la tradisse. Questo problema, che va gestito, per chi va in comunità non c’è. L’affido è migliore, ma è comunque delicato e c’è chi, fra i minori, preferisce restare in comunità, magari dopo un affido andato male, piuttosto che ritentare un cammino comunque impegnativo verso un nuovo affido.

Torniamo al punto iniziale. Dopo questo primo test pensate di utilizzare ancora facebook in futuro o comunque strumenti simili?
E’ ancora un po’ prematura come decisione. Il test è andato bene nel senso che serve sia per trovare possibili famiglie affidatarie sia per aumentare più in generale la sensibilità intorno alla tematica degli affidi. Ci è capitato recentemente per esempio che una società sportiva si sia offerta di integrare il minore nella squadra, così da offrirgli svago, amicizia e modelli positivi. E il tutto è avvenuto dopo aver letto l'annuncio su Facebook. La potenzialità è dettata dalla sua enorme diffusione. Però certo è una pratica da prendere con delicatezza. Ci è capitato che qualcuno ci contattasse dicendo che l’immagine generica utilizzata (un bambino di spalle) gli ricordava loro figlio e che questo aveva suscitato emozione ed empatia. Può essere un'arma a doppio taglio, ce ne rendiamo conto. 
 
31/03/2014

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