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Opinioni

Macron, la sinistra e l’Europa

Sono almeno tre le chiavi di lettura delle elezioni presidenziali francesi che hanno incoronato Macron come “monarca” della République. La caccia forsennata all’outsider – libero da colpe e peccati che perseguitano chi si è già sporcato le mani con l’esercizio del potere – concorre a spiegare gli exploit più o meno effimeri di Matteo Renzi e Donald Trump, in quanto leader non allineati al ceto dirigente dei partiti di riferimento
 OPINIONI - Sono almeno tre le chiavi di lettura delle elezioni presidenziali francesi che hanno incoronato Emmanuel Macron come “monarca” della République. Di primo acchito, egli incarna per molti versi l’idealtipo dell’homo novus nel quale gli elettori delle democrazie contemporanee sembrano riporre le speranze deluse dalla classe politica più navigata. La caccia forsennata all’outsider – libero da colpe e peccati che perseguitano chi si è già sporcato le mani con l’esercizio del potere – concorre a spiegare gli exploit più o meno effimeri di Matteo Renzi e Donald Trump, in quanto leader non allineati al ceto dirigente dei partiti di riferimento, oppure di forze palesemente e orgogliosamente estranee al circuito partitico tradizionale, come il M5S.

Se tale dinamica agisce in modo trasversale, la seconda suggestione evocata dalle elezioni francesi interessa specialmente il versante sinistro dello spettro politico. Il pessimo risultato di Benoît Hamon – non solo escluso dal ballottaggio, come era accaduto a Lionel Jospin nel 2002, ma capace di rastrellare non più del 6% dei voti – certifica la crisi profonda del socialismo europeo. Nei principali paesi del continente, a prescindere da meccanismi elettorali fra loro molto differenziati, le forze che vi si richiamano hanno ridottissime prospettive di vincere le elezioni e governare in autonomia. Anche per questo motivo, come spesso le è accaduto, la sinistra moderata si trova al bivio fra la torsione identitaria, praticata in Gran Bretagna da Corbyn e vagheggiata in Francia da Mélenchon, e la tentazione di ascoltare le sirene centriste. Nel caso specifico, quelle social-liberali di Macron, emancipatosi dalla tutela hollandiana che lo aveva inizialmente favorito ma si è poi rivelata ingombrante nella scalata al potere.
Per orientarsi di fronte a due alternative che paiono divaricarsi e rendere impraticabile ogni mediazione, è sempre utile la valutazione pragmatica dei benefici elettorali. E probabilmente qualche indizio si può rintracciare negli impietosi sondaggi sul consenso dei laburisti britannici, distanziati di una ventina di punti dai conservatori. Ma questo ragionamento, in realtà, intercetta anche la terza chiave di lettura del trionfo macroniano, ossia la scommessa su un profilo marcatamente europeista, contrapposto alle retoriche antieuropeiste che, attraverso la voce tonante di Marine Le Pen, hanno scandito per mesi la campagna presidenziale. Se, come crediamo, il giudizio sul futuro dell’Ue è destinato a diventare un considerevole fattore di scomposizione e riaggregazione dell’offerta politica, non è remoto il rischio che il radicalismo di sinistra possa assumere, quanto meno in alcune sue accentuazioni e forse anche al di là delle intenzioni dei suoi esponenti, una connotazione sovranista tale da spingerlo in prossimità del campo neo-nazionalista, vanificando i già laboriosi esperimenti di “gauche plurielle”.

In questo scenario, per il momento solo abbozzato e comunque subordinato a innumerevoli incognite e variabili, la sinistra riformista sarebbe viceversa incentivata a intavolare una convergenza programmatica con i partiti liberal-democratici e popolari, finalizzata in ultima analisi al comune sforzo di far avanzare il processo di integrazione europea verso un’unione politica dai tratti federali. Esaurito il gravoso e straordinario compito fondativo – in linea con la storia americana e con gli auspici formulati già a metà Novecento da illustri europeisti, di inclinazione liberale o socialista – l’alleanza potrebbe sciogliersi consensualmente, permettendo a ciascun movimento di ridefinire identità e strategie. Fino a riproporre le condizioni affinché la dialettica destra-sinistra torni a esprimersi nella sua pienezza, strutturandosi secondo il nuovo contesto istituzionale sovranazionale. Il quale, tra l’altro, accrescerebbe di fatto le probabilità di successo di alcune istanze oggi legittimamente rivendicate nel dibattito pubblico – per esempio l’introduzione di misure neo-keynesiane di regolazione del mercato – e che tuttavia si scontrano con l’oggettiva assenza di un’autorità politica europea in grado di recepirle e metterle in atto.
19/05/2017

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