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Opinioni

Mimmo Candito: in memoria di un inviato

Con la morte dello storico corrispondente de La Stampa se ne è andato non solo un grande giornalista, ma uno degli ultimi esponenti di una razza ormai in via di estinzione: quella dei reporter di guerra
ALESSANDRIA - Quando ho sentito al telegiornale la notizia della morte di Mimmo Candito ho provato un senso di vuoto. Non solo perché è stato uno dei miei miti giovanili. A vent’anni leggevo e rileggevo avidamente le seicento e passa pagine del suo “I reporter di guerra”: una vera miniera di informazioni sul giornalismo e, a suo modo, un manuale di Storia contemporanea scritto da uno che la Storia l’aveva vista in prima persona.
Medio Oriente, Africa e Sud America: dagli anni ’70 in poi Mimmo Candito aveva documentato buona parte delle guerre che hanno segnato la nostra epoca. E questo ha fatto di lui, alla pari di altri grandi inviati della sua generazione, un eccezionale testimone degli eventi del nostro tempo.
Leggerlo ti dava la sensazione di entrare dentro i fatti e di capirci qualcosa in più rispetto a quello che ti raccontavano i servizi preconfezionati dei telegiornali della sera.
All’attività di inviato univa la rara capacità di divulgatore dei meccanismi del proprio mestiere. Libri come “I reporter di guerra” o “Il braccio legato dietro la schiena” ti aiutavano (e aiutano tutt’ora) a comprendere non solo i fatti narrati, ma come lavoravano le persone che quei fatti cercavano di raccontarli.
Ricordo di averlo intervistato in un paio di occasioni: per la mia tesi di laurea e per un giornale locale, quando era venuto ad Alessandria a presentare uno dei suoi libri. Conservo il ricordo di una persona umile e spontanea, piena di passione per il suo mestiere, ma priva di quell’autocompiacimento un po’ pedante che hanno alcuni esponenti della categoria. Le stesse qualità che avevo trovato intervistando un altro grande inviato come Ettore Mo.
Con Mimmo Candito se ne è andato non solo un grande giornalista, ma uno degli ultimi esponenti di una razza ormai in via di estinzione: quella dei reporter di guerra.
Il suo era un giornalismo fatto di valige sotto il letto e suole consumate, sempre in prima fila là dove le cose succedono, dove si spara o cadono le bombe, sempre e comunque in mezzo alla gente.
Come tutti i grandi inviati, Mimmo Candito ha incarnato l’anima più nobile del giornalismo: quella di chi non si fa bastare le verità precotte delle sale stampa dei militari o dei politici, ma che va a vedere con i suoi occhi e sentire con le sue orecchie, per capire e far capire a chi legge, guarda o ascolta da casa.
E’ un giornalismo sempre più raro in anni in cui internet ha livellato verso il basso la qualità del mestiere e la sua capacità di fare approfondimento.
Un giornalismo che oggi sembra quasi alieno, in tempi in cui si raccomanda di “scrivere per i motori di ricerca” e anche le grandi testate hanno sempre meno corrispondenti dall’estero.
Soprattutto è un giornalismo ormai considerato dispendioso perché richiede approfondimento e complessità: distante anni luce dai nostri giorni, in cui gli articoli delle edizioni online sono preceduti da un’intestazione con i minuti di lettura necessari e la maggior parte delle persone si informa tramite il News Feed di Facebook.
Se il giornalismo vorrà sopravvivere all’assedio delle fake news, alla superficialità e al conformismo che lo affliggono dovrà ripartire dalla lezione di grandi inviati come Mimmo Candito, dalla loro capacità di raccontare il particolare senza perdere di vista il contesto più ampio.
In definitiva, senza smarrire il rispetto e senso di responsabilità per i lettori, considerati anche e soprattutto come cittadini che hanno bisogno di fatti precisi e concreti per formarsi un’opinione indipendente.
Un bisogno quanto mai attuale.

Qui il video di un incontro con il suo racconto a Cultura e Sviluppo. 
6/03/2018
Emiliano Bottacco - redazione@alessandrianews.it

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