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Opinioni

Quando si dice rispetto

Come fissiamo l’asticella del rispetto? Chi decide ciò che è offensivo? È evidente che nulla può giustificare la soppressione di una vita umana, anche se l’immediata esecuzione della terrorista nelle carceri giordane ha lasciato uno strascico di imbarazzato silenzio e dato fiato a sparuti fautori di una pena di morte che pensavamo abbandonata
OPINIONI - Sistemando i ritagli di giornale, ritrovo una notizia datata 5 gennaio: il Comune di Palermo ritira i manifesti di una campagna pubblicitaria per la raccolta dei rifiuti ingombranti. Motivo del contendere: il profilo discriminante e sessista che si evincerebbe dalla rappresentazione di una nerboruta suocera tra gli ingombranti di cui sopra.

Il calendario ha voluto che una notizia del genere passasse ben presto in archivio. In pochi giorni, stragi e morti per una follia spacciata per dio avrebbero invaso i media ed i preoccupati pensieri dell’occidente. Lo slogan “Je suis Charlie” è in fretta diventato il vessillo di quella libertà, del rispetto, dei valori che la vecchia ‘nonna Europa’ affida come tesoro prezioso ai suoi nipoti del terzo millennio.

Eppure la vecchia Europa sembra faticare per fondare il rispetto diventato vessillo. Col passare dei giorni, alcuni hanno provato a prendere le distanze anche da quel Charlie e dalla sua satira; altri ancora hanno difeso una libertà di espressione svincolata da qualsiasi catena ideologica. 

Personalmente sono rimasto fermo ad un interrogativo che la suocera tra i rifiuti ha fatto riemergere un po’ più chiaro: come fissiamo l’asticella del rispetto? Chi decide ciò che è offensivo? È evidente che nulla può giustificare la soppressione di una vita umana, anche se l’immediata esecuzione della terrorista nelle carceri giordane (altrimenti detta vendetta per la brutale uccisione del pilota Maaz al-Kassasbeh) ha lasciato uno strascico di imbarazzato silenzio e dato fiato a sparuti fautori di una pena di morte che pensavamo abbandonata...

In questo smarrito interrogarsi, un altro “nonno” (ma non europeo), ha provato a dire una parola di buon senso: “Se il dottor Gasbarri, che è un amico, dice una parolaccia contro la mia mamma, lo aspetta un pugno!” ha chiosato papa Francesco sull’argomento.

Molti vi hanno letto un ribaltamento del detto cristiano “Porgi l’altra guancia”; eppure il papa ha usato una vera parola evangelica che forse può essere accolta anche come fondamento dei valori umani del rispetto e della libertà: "un amico". Essa dice la volontà e la disponibilità ad entrare in relazione, ad ascoltare le ragioni dell’altro, a cercare una qualche simpatia, nel senso letterale del termine; chiamare l’altro "amico" (o almeno provarci) mi sembra una via per fondare il rispetto, il riconoscimento primo e basilare per ogni incontro, dialogo, satira e anche scontro.
27/02/2015

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