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Alessandria

Razzismo e antisemitismo durante il regime, una responsabilità tutta italiana

In occasione della Giornata della Memoria, l'associazione Cultura e Sviluppo ha invitato i professori Gian Piero Armano e Agostino Pietrasanta, per parlare dell'antisemitismo nella politica fascista dell'Italia negli ann Trenta. “La pressione di Hitler fu una scusa. L'iniziativa persecutoria dei diritti è da imputarsi esclusivamente al fascismo”
ALESSANDRIA - Una comunità esigua, che non superava le 50 mila unità in tutto il Paese. Un gruppo di persone perfettamente integrate nella società italiana, formato da professori, medici, avvocati, ricercatori. Molti di loro avevano persino aderito al fascismo, alcuni, circa una cinquantina, occupavano posizioni di rilievo nelle gerarchie dell'esercito italiano. Tutto questo fino agli inizi degli anni '30, periodo che segnò per gli ebrei in Italia l'inizio delle discriminazioni, che sfociarono nel settembre del '38 nella promulgazione delle leggi razziali fasciste.

Giovedì 28, in occasione della Giornata della Memoria, l'associazione Cultura e Sviluppo ha invitato i professori Gian Piero Armano e Agostino Pietrasanta per affrontare il controverso tema del razzismo e dell'antisemitismo nella politica fascista dell'Italia negli ann Trenta.

I primi segnali di antisemitismo si ebbero “dopo la diffusione in Italia del libretto “I protocolli dei Savi di Sion”, - spiega il prof. Armano - tradotto da Giovanni Preziosi, traduzione che risulterà poi una fandonia senza fondamenti storici”. Uno scritto che verrà però sfruttato a dovere da alcuni organi di stampa di matrice fascista, che “usarono l'influsso esercitato da questo libretto per sostenere la teoria secondo cui gli ebrei stessero complottando per conquistare il dominio nel mondo”. Questa propaganda “faceva da cassa di risonanza in alcuni precisi momenti del ventennio, - ha aggiunto Pietrasanta - nei momenti di crisi dei rapporti tra il fascismo e gli ebrei”. La conseguenza fu un sempre più largo atteggiamento diffidente verso gli ebrei italiani, che andò a peggiorare con la crescente attenzione dell'Italia fascista verso il nazismo tedesco.

Il passo dal sospetto alla vera e propria discriminazione fu breve. Secondo Armano si arrivò a ciò sostanzialmente per tre cause: “il nazionalismo, una delle idee madri che aveva spinto in favore dell'intervento nella prima guerra mondiale. La seconda causa è stata l'espansione coloniale, con l'aggressione all'Ethiopia e all'Eritrea nel '35-'36, voluta dal fascismo come soluzione alla eccedenza demografica ma anche per dimostrare la superiorità della razza italiana. La terza causa è la contaminazione della razza, si ha paura del meticciato, per il comportamente poco onorevole dei soldati italiani in Africa”. Ma quando la parola ebreo iniziò a significare, per il regime, anche antifascista? “Nel 34', quando un gruppo di ebrei appartenenti a Giustizia e Libertà, del quale faceva parte anche Leone Ginzburg, vengono arrestati per propaganda antifascista e condannati ad alcuni anni di prigione. Da quel momento ebreo voleva dire antifascista, molti giornali iniziarono a generalizzare sull'antifascismo degli ebrei”. Il fascismo si creò così ad arte un nemico interno per smuovere l'opinione pubblica e iniziare una vera e propria politica che renderà lo stato italiano ufficialmente razzista ed antisemita.

“La pressione di Hitler è stata dimostrata come una vulgata. - tiene a precisare il professor Pietrasanta - L'iniziativa persecutoria dei diritti è da imputarsi esclusivamente al fascismo”. Dopo il decreto del '38 viene creato un processo devastante alla comunità scientifica italiana, “circa un centinaio di professori ebrei licenziati da tutti gli impieghi pubblici, - ricorda Pietrasanta -, fu vietato qualsiasi impiego nell'editoria, nello spettacolo e nell'informazione, nonché nelle forza armate. Era vietato svolgere attività professionali che richiedevano l'iscrizione all'albo. Non erano più permessi i matrimoni misti, gli ebrei stranieri furono subito espulsi". E in tutto ciò, almeno inizialmente, si registrava una reazione pressoché nulla da parte dei non ebrei italiani, come conferma Pietrasata, “non vi furono per queste disposizioni particolari reazioni di condanna o dissociazione, la popolazione in generale rimane indifferente. Si ebbero le prime reazioni di solidarietà verso gli ebrei solo durante l'occupazione tedesca”.

Dopo l'8 settembre la situazione si aggrava per la presenza di nazisti e repubblichini. “Il 14 novembre del'43 il congresso di Verona privò gli ebrei di ogni tutela giuridica, - spiega Armano - sociale e patrimoniale. Inizia così l'ultima fase di internamento nei tre campi di deportazione verso i lager nazisti: il campo di Fossoli, il campo di Bolzano-Gries e quello della Risiera di San Sabba” Saranno deportati 8566 ebrei nei lager nazisti, moriranno 7567 più 303 morti nelle varie stragi italiane.
3/02/2016
Alessandro Francini - redazione@alessandrianews.it

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