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Opinioni

Fuorviamenti

Alfie Evans, bombe italiane, sanzioni contro la Russia, azioni o dichiarazioni che hanno caratterizzato la scena internazionale basate su elementi o ragionamenti a mio parere fuorvianti
OPINIONI - Vorrei passare in rassegna alcune azioni o dichiarazioni che hanno caratterizzato la scena internazionale basate su elementi o ragionamenti a mio parere fuorvianti.

Alfie Evans
Cominciamo con il caso più commovente e delicato: Alfie Evans. Ma bisogna partire da un antecedente poco simpatico: a fine 2017 il neo governo austriaco ha dichiarato l’intenzione di offrire agli abitanti tedescofoni della provincia di Bolzano la cittadinanza austriaca. La cosa, ha fatto incavolare molti italiani, me compreso. Anche se ammantata dall’apparente intenzione di promuovere ”una più stretta unione dei cittadini degli stati membri dell’Europa “, secondo Benedetto Della Vedova, sottosegretario al ministero degli Esteri, l’offerta era un guanto di velluto di europeismo che nascondeva al suo interno il pugno di ferro del nazionalismo etnico. Anche il presidente del Parlamento Europeo Antonio Tajani l’ha definita “una mossa velleitaria”. E io mi sono chiesto con che criterio e su quale base legale uno stato può offrire la propria cittadinanza a cittadini stranieri senza accordi internazionali. Eppure... Eppure il caso di Alfie Evans, il povero bambino inglese affetto da una malattia degenerativa inguaribile a cui i medici curanti dell’ospedale di Liverpool avevano deciso di interrompere i trattamenti che lo tenevano in vita, ha visto il governo italiano fare senza indugi scelte altrettanto criticabili e arbitrarie. Nonostante che la decisione dei medici inglesi avesse avuto l’avallo dell’Alta Corte britannica e della Corte di Strasburgo, su sollecitazione del Papa, come scrisse una nota della Farnesina “I ministri degli Esteri, Angelino Alfano, e dell’Interno, Marco Minniti, hanno concesso la cittadinanza italiana al piccolo. In tale modo il governo italiano auspica che l’essere cittadino italiano permetta al bambino l’immediato trasferimento in Italia.” Al di là della nobiltà degli intenti e delle ragioni umanitarie (per me anche discutibili) a me pare che il governo si sia lasciato fuorviare comportandosi in modo scorretto e incongruente proprio come quello austriaco. Il fine nobile ha fuorviato i politici.

Bombe italiane
Già a fine 2017 il NY Times aveva pubblicato un articolo in cui “rivelava” in modo allarmato che in Yemen venivano usate contro i civili delle bombe fabbricate in Italia dalla RWM, una ditta sarda di proprietà tedesca, e se la prendeva con il nostro paese. Già allora la denuncia appariva chiaramente una sfacciata operazione di distrazione di massa. Ce la si prendeva con l’Italia per la vendita delle bombe e non ci si chiedeva chi era il fornitore degli aerei che le avevano sganciate (USA) e di che paese (Arabia Saudita) erano i piloti degli aerei. Se si confronta il valore economico delle bombe con i 380 miliardi di dollari dell’accordo di forniture militari che esattamente un anno fa Trump ha firmato con i Sauditi la notizia appare una colossale presa per i fondelli, a cui, però, molti, anche in Italia, hanno dato credito. Tant’è che il 18 aprile La Repubblica informa che “La Rete Italiana per il Disarmo e il berlinese Centro europeo per i diritti umani e costituzionali Ecchr si sono rivolti alla Procura di Roma perché sia avviata un’indagine sulle responsabilità penali dell’UAMA, l’autorità italiana che autorizza le esportazioni di armamenti e degli amministratori di RWM Italia, produttrice degli ordigni. L’ipotesi di reato è ovviamente l’omicidio, colposo o magari anche doloso”(!?). E “l’avvocato Francesca Cancellaro, che segue la campagna in Italia, ipotizza anche richieste di risarcimento per le vittime”.
Mi chiedo: perché non incriminare anche il produttore delle merendine che i piloti sauditi mangiano prima dei raid aerei? Qui la nobiltà degli scopi si trasforma nella stupidità delle azioni. E i veri sostenitori dei massacri in Yemen se la ridono soddisfatti che basti così poco per fuorviarci e farci perdere tempo e denaro in cose inutili.

Sanzioni 1
In un incontro organizzato nella sua residenza di villa Taverna l’ambasciatore americano Eisenberg il 16 maggio ha affermato che le sanzioni imposte contro la Russia devono restare per ragioni che non sto ora a discutere. La cosa “interessante” che vorrei sottolineare è che ha anche affermato che sbaglia chi pensa che embarghi e divieti abbiano indebolito i commerci fra Roma e Mosca: “Le sanzioni sono mirate ed hanno avuto un impatto minimo sull’economia italiana”. Ohibò. Ma se fosse vero che le sanzioni non provocano danni a che servirebbero? E perché ci dicono che bisogna tenerle? Per convincere il perplesso uditorio l’ambasciatore ha anche snocciolato alcuni dati “oggettivi”.
Scrive, infatti, Alberto Simoni su La Stampa: “Prima dell’imposizione del blocco (2013) - sono dati USA - l’export italiano in Russia ammontava al 2,8% del totale; quattro anni più tardi, quindi in pieno regime di divieti, la quota è scesa all’1,8%.” Quindi il buon senso farebbe concludere che il danno c’è stato, eccome! E invece no “A incidere sulla bilancia commerciale più che le sanzioni è però il prezzo di petrolio e gas che influenza il potere d’acquisto dei russi e a cascata la capacità di acquistare beni. Ed è questo aspetto ad aver fatto scendere dell’80% l’import italiano a Mosca. Tesi suffragata da un altro elemento. Nel 2017, con le sanzioni in vigore e con il prezzo dell’energia in ascesa, l’export italiano in Russia è aumentato del 19,7% rispetto al 2016. Insomma i numeri rivelano una sceneggiatura diversa da quella sbandierata dalle forze anti-sistema italiane ed europee affascinate dallo zar.” Forse l’ambasciatore USA non è bravo in matematica... Ammesso che i numeri siano veri, abbiamo perso l’80% dell’export originale, cioè siamo scesi al 20%, ma nel 2017 questo è risalito del 19,7% sul 2016, quindi il 19,7% del 20% originale che è pari al 4% dell’originale stesso. Cioè oggi saremmo con l’export al 24% di quello iniziale, un quarto! Ma per il soave Eisenberg l’impatto è minimo... E per non offendere il grande alleato dobbiamo pure far finta di crederci e di farci fuorviare.

Sanzioni 2
Nel suo discorso a villa Teverna sempre l’ambasciatore americano Eisenberg, prima dei ragionamenti di alta matematica di cui sopra, ha affermato che le sanzioni alla Russia sono la giusta punizione per aver invaso l’Ukraina e per continuare a mantenere l’occupazione della Crimea e del Donbass. Non voglio addentrami nella valutazione delle ragioni e dei torti delle parti, ricordo solo che la Crimea era stata “donata” dalla Russia all’Ukraina nel 1954 e che con un referendum plebiscitario ha scelto di rientrare nella repubblica russa nel 2014. Sulla validità di questo referendum e delle decisioni successive ci sono state ovviamente molte obiezioni dai paesi occidentali, obiezioni che, invece, non erano state sollevate quando, in situazione non molto diversa, con un referendum il Kosovo aveva deciso per l’indipendenza dalla Serbia. E sappiamo come è andata a finire. Ma se queste sono le nobili ragioni per cui si sanziona una nazione che ne invade un’altra mi viene spontanea (che ingenuo!) la domanda: perché, ora che l’ISIS è stato sconfitto in Siria, americani e arabi continuino a restare nel paese?
Ma la cosa che mi ha particolarmente colpito in questi giorni e mi ha acceso qualche lampadina sul modo in cui qualcuno pensa di gestire il mondo, è la decisione di Trump, il 24 Maggio, di cancellare l’incontro con Kim Jong Un, previsto a Singapore per il 12 Giugno (anche se in queste ore sembra ci sia un ripensamento). Le ragioni non sono chiarissime ma Trump nella sua lettera a Kim giustifica la decisione con la “tremenda rabbia e aperta ostilità mostrata nelle recenti dichiarazioni”. Dichiarazioni fatte dal vice ministro degli Esteri nordcoreano Choe Son-hui che ha definito il vice presidente americano Mike Pence ignorante e stupido perché ha paragonato il processo di denuclearizzazione coreano, appena avviato, a quello realizzato in Libia, che ha anche portato, poi, alla fine di Gheddafi. Devo sinceramente ammettere che per me Choe ha ragione!
Ma Pence ha fatto una brutta figura perché ha espresso male un’idea che non è sua. Lo stratega è in effetti John Bolton, il falco da poco nuovo consigliere per la sicurezza nazionale alla Casa Bianca, che ha alzato le richieste americane fino a chiedere alla Corea il disarmo unilaterale prima delle concessioni economiche e in un’intervista televisiva ha affermato che l’incontro tra Trump e Kim servirebbe soltanto a ridurre i tempi di questo processo che si ispira al modello usato dagli USA in Libia.
I coreani si sono sentiti offesi perché, ritenendosi una potenza nucleare che con bombe e razzi vettori incute timore al mondo, si son visti paragonati alla Libia che del nucleare aveva ben poca padronanza, avendo comprato del materiale e poco più dal Pakistan. E poi si sono sentiti presi in giro dall’aumento delle richieste americane senza contropartita economica immediata.
Ma la lampadina mi si è accesa quando ho letto che Bolton era nell’amministrazione Bush quando nel 2004 i servizi segreti scoprirono una nave destinata alla Libia con la prova che Gheddafi aveva un arsenale di armi di distruzione di massa e riuscirono senza troppo clamore a costringerlo a smantellare tutto. Ora proprio per questi aspetti il paragone con la Corea sembra poco calzante, quindi cosa intende Bolton per modello Siria? Non vorrei che il “modello” fosse la seconda parte della storia: una bella rivoluzione “democratica” pilotata dall’esterno, con interventi militari occidentali, uccisione del dittatore e successivo caos nel paese.
Ma chi si lascia ancora fuorviare dall’idea che qualcuno può “esportare” la democrazia con le armi?
1/06/2018
Marcello Favareto - redazione@alessandrianews.it

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